Iraq, Egitto, Indonesia, Nigeria, ma l’elenco potrebbe continuare, sono luoghi dove si perpetra la persecuzione ormai
sistematica dei cristiani, la cui vita quotidiana si svolge sotto la continua minaccia di essere aggrediti e uccisi. I
continui attentati e le continue stragi si presentano come il flusso silenzioso delle immagini in bianco e nero di un
vecchio film, il silenzio che regna sulla scena è inverosimile. Il silenzio infierisce sulle immagini amplificando l’orrore
allo spasimo, incidendo quel dolore lontano nella coscienza come su pietra, come se al di fuori di quell’orrore tutto
poco contasse, o come se quell’orrore non esistesse affatto, senza mezzi termini, e infatti non esiste, è la scena
atrocemente audace di un film, avvolta in un silenzio irreale. E’ tale la dimensione che sta assumendo la
persecuzione dei cristiani nei paesi islamici, che il poco che ne trapela ha il sapore di una fiction, o di una beffa. Non
sarebbe meglio non parlarne affatto? Come si fa a sopportare che la notizia dell’ultima strage di cristiani compaia al
telegiornale e che poi nessuno ne parli? Come si fa a fare informazione e a sopportare che si possa rischiare ogni
giorno di celebrare la propria Messa nel sangue, come è successo a Baghdad, che 500 persone vengano massacrate a
colpi di machete, com’è successo in Nigeria, solo perché cristiani, uomini donne e molti bambini, accettando che
qualcuno sibili a stento la notizia e lasciando che sull’orrore infierisca il silenzio? E’ davvero possibile che bambini
al catechismo vengano massacrati, evirati e decapitati senza che l’Onu, Obama o chi per essi si decida a scomporsi
pronunciando in merito almeno qualche parola di convenienza? E nella, cattolica, Italia, assorta nella celebrazione
collettiva dell’orrore di Avetrana, che voce e che volto ha l’orrore di queste stragi di persone della stessa religione,
legame culturale ed empatico tra i più forti, legame realmente culturale e realmente empatico. Nessuna. Non c’è,
perché non c’è più niente, cultura, empatia, religione. Ma dove non c’è, non sarà che è in tv e alle radio e nei giornali
che non c’è, non sarà che anche solo un po’ di subbuglio e un po’ di solidarietà in giro per i nostri fratelli cristiani, non
fosse altro che per questo, che potremmo essere al loro posto, non sarà che sarebbe roba di grana troppo alta da
contrabbandare in giro? In fondo, e che si sia cristiani o non cristiani, questo vale per un altro centinaio di cose.
Eppure c’è ancora di più, c’è un grande potenziale eversivo nella solidarietà, cristiana, ma anche non cristiana. Splendido esempio
quello della Francia, che sta offrendo oltre alle cure, asilo politico ad alcuni dei feriti di Baghdad, esempio che
possiamo solo augurarci venga seguito fino all’asilo politico anche dall’Italia, dove finora la Toscana ha offerto cure e
assistenza, e collaborazione anche con gli ospedali iracheni che ospitano le vittime. La risposta corale ad Al Maliki che
esorta i cristiani a non lasciare l’Iraq dovrebbe essere questa, asilo politico per quei cristiani che
vogliono lasciare questi inospitali paesi, perché è la prima cosa più semplice da fare. Ed è un esempio di forza
e di presenza, e di solidarietà, fintanto che di più non si riesce a fare, e probabilmente non ci si riuscirà, nei
confronti di questo tipo di Islam. Quei cristiani li vogliamo no, sono gente pacifica.