Il suo nome era, Enrico C. Ma lo chiamavano Don Enrì. Gli amici, al bar di Via Surripa, dicevan che era un comunista e un giocatore, ma quando il suo cane passava di là, gli davan un cannolo siciliano, e il nome del suo cane era Kim. Fiutava, intorno che aria tira, e sgobbava parecchio nella sua bottega. Era elegante con poco, guardingo come un gatto, giocoso come un cane, e i suoi cani venivano anche in sogno a giocare con lui e a dargli i numeri, e se vinceva comprava tanti dolci e giocattoli ai suoi bambini, e li svegliava di notte. 50 anni, rosso, mai una lira, comprò una vita con un grammo di compassione. Forse la sua patria non sarebbe stata orgogliosa di lui, anzi le avrebbe dato un po’ da pensare, se essa avesse avuto una testa. Ma lei una testa non la ebbe, o ne ebbe poca, troppo ricca e sventata com’era, e il meglio di sé, lo diede profondendo occasionale compassione, ma fu preziosa, e la salvò, perché ebbe uno strano cuore, matto, ella ebbe un cuore matto. Ma Enrico C. non era mica matto, e si faceva i fattoi suoi. Sì, lui si faceva i fatti suoi, ed era libero come un uomo. Che strano. Però la libertà non è star sopra un albero, non è neanche, il volo di un moscone, la libertà, non è uno spazio libero, libertà, è partecipazione. E chiove ‘ngoppa a sti palazze scure, ‘ngopp e mmure fracete da casa mia. Tutt’attuorno ll’aria addora ‘e ‘nfuso. .chi song io? Chi song io…E cammino mmiezo a via, parlanno ‘e libertà, parlanno ‘e libertà…Ma che succede io sto chiagnenno..Penzanno o tiempo, che se ne va, che se ne va…E cammino mmiezo a via, parlanno e li-iiii-bertà-àà-àà, parlanno e’, lii-bertà. Ma finisce la musica, e tu entri nel portone, e chi è stu guaglione? Un guaglione di 20 anni, un soldato figlio di una jurnata ‘e viento, di una jurnata ‘e sole, un figlio di mamma acciambellato in un sottoscala, per la paura ha fatto rumore. Cos’è un ammasso di grossi stracci verde militare, cos’è gli stracci sporchi da buttare, sporchi di sangue, meglio scappare. Qualcosa brilla nella penombra, sopra gli stracci e sopra il sangue, occhi, occhi di cane impaurito dentro una faccia bianca e bagnata, sotto una testa bianca e dorata. Che fai ccà? Ma il guaglione non parla. Si appallottola nascondendo la faccia. E’ un attimo nel tuo cuore, è il tuo figlio lontano, è la paura della morte, è la paura della guerra, è l’odio, è l’amore. Vien a ccà…Il guaglione non parla, ma capisce vien a ccà, e ha paura. Ma lui gli dice vien, dolcemente, e il guaglione bianco si alza tremando e va con lui, il braccio di Enrico C. intorno alle sue spalle, e poi, le scale, inciampando, e poi, davanti alla porta, Carmela. Il guaglione ha un tuffo di pianto e di conforto al cuore: Carmela. Tu chiagne sulo si, nisciuno vede, e strille sulo si, nisciuno sente, ma nun è acqua o sang rind e’ vvene…Carmela..Si ll’ammore è o cuntrario d’a morte, e tu o ssaje, si dimane è sultanto speranza, e tu o ssaje, nun me può fa aspettà, fino a dimane, astrigneme int’ e’ bbraccia, pe stasera… Carmela, Carmé. Carmé, tenimmo un ospite. Carmela quando c’è Enrico non ha paura, e mite, indomita e felpata prepara il brodo con le fave a chillu uaglione. Enrico controlla la ferita, è ccosa ‘e niente, si stato furtunato, uagliò. Lo accompagna nella soffitta e gli fa un letto e un cuscino di panni. Ma il guaglione non ha più paura, danke schon. Io nun te capisco, uagliò. E ogni mattina e ogni sera, Enrico C. va a trovare il soldato in soffitta, in soffitta deve restare, Anna ha paura, è malata, ha paura dei soldati, e i dolci occhi del suo fidanzato li ha portati via la guerra, lontano, in Africa, chissà se li rivedrà, chissà se ritornerà. E il suo matto fratello, chissà se ritornerà, lui che dalla guerra non si fece rapire, e la voce di Anna scomparve per sempre, e non cantò mai più, anzi cantò come un uccellino, pigolando, cip cip…E i soldati ai tuoi occhi marciano, marciano dietro la finestra, sono cattivi, sono cattivi. E Rita si nascondeva, nessuno poteva entrare, nessuno, che paura, che paura, e che coraggio nel tuo cuore. E il soldato era guarito, e chissà se tuo figlio tornerà, Enrico C. Ora il soldato vuol tornare a casa, e vuol fare come Francesco, dalla guerra non si vuol far più rapire. Tu a notte fonda lo accompagni alla stazione, ora è solo un guaglione. E ora tu lo sai che è stato bene così. Quantu tiempo è passato? Non lo so, perché non me lo hai raccontato perché? Ma tu sei come chi tene o’ mare, cammina ca vocca salata, po sta luntano, e te fa sentì comme coce, chi tene o mare o ssaje, porta na croce. Chi tene o’ mare, s’accorge e tutto chello ca succede, chi tene o’ mare, o’ ssape ca è fesso e cuntento, chi tene o’ mare o’ ssaje, nun tene niente. Ma tu hai i tuoi cani, i tuoi gatti, e il tuo mandolino, ammore ammore, e chi po dicere, ca so cuntento, chi po dicere, ca sto murenno, chi po dicere, ca sto sbaglianno, parlanno male, e’ tutte chist’anne, tantu tiempo ma, ce penzo ancora, chella nun era a strada bbona, chi me dice ammore, rispongo dulore…chi me dice umanità, rispongo ammore. Ammore, ammore, ammore. E tu hai tante persone, e hai pure il guaglione, ma le sue lettere perché non le avete conservate perché, matti matti matti. O’ trasloco, o trasloco, n’atu trasloco. Mai pace con queste case…case, case, case. Puorteme a’ casa mia, come hai portato il guaglione. Grazie di essere esistito, Enrico C. Grazie-e di esistee-re-e.


John Lennon si aggira ancora come un’anima senza pace per le vie del mondo, e non solo con le sue canzoni, come se non fosse bastata la sua morte violenta e assurda. John scriveva canzoni bellissime nell’illusione di un bambino, e di un bambino che sogna inquieto ad occhi aperti, che i suoi desideri, le sue speranze e i suoi stessi limiti lo conducano non alla verità, ma oltre la verità, alla conquista di un mondo diverso, laddove gli uomini, incapaci da sempre non solo di costruire la pace, ma anche solo di amarla e di desiderarla, vivano finalmente nella concordia, nell’armonia e nella giustizia. Ma John ci credeva veramente, s’infischiava della gloria e del denaro, e come tutti coloro che credono che sia possibile un mondo diverso, come tutti coloro che non si rassegnano, come tutti coloro che sono capaci di lanciare lo sguardo oltre il presente, era troppo occupato a vivere. Le sue canzoni, non solo quelle che parlano della pace, sono così struggenti e tenere proprio per questo, e proprio come il racconto di un bambino che crede fermamente in una favola e ne resta prigioniero, convinto che i cattivi saranno sconfitti, come nelle altre favole in mezzo alle quali questa è la più bella, ma è pur sempre una favola; e qui invece i cattivi arrivano e lo imprigionano in un castello di ghiaccio. Ogni volta che una favola finisce bene ne comincia un’altra dove gli orchi e le streghe sono sempre lì, redivivi, per fare del male ai bambini, ma John ha sognato l’ultima favola dell’umanità, quella della pace e della concordia in tutto il mondo, senza più sfruttatori e oppressi, ricchi e poveri, e neanche buoni e cattivi. Ci ha regalato però la bontà e la bellezza della sua anima, talmente libera e grande da lasciarci sognare i suoi stessi sogni, sia pure a modo nostro, e da farceli sognare di più. Ora come se non bastasse che la sua morte sia stata una crudele beffa anche la sua immagine e le sue parole vengono calpestate e usate in malo modo, perché John a 30 anni dalla sua morte fa la pubblicità. John fa la pubblicità di una macchina, il suo volto, la sua voce e le sue parole vengono usati con profonda e sorda violenza per vendere una macchina, mentre la vorace Yoko Ono ha sempre la vile scusa in tasca, che così John non si dimentica. Ebbene preferiamo dimenticarlo e che lo si dimentichi, e anche lui lo preferirebbe, disperdendosi nell’immensità di un cielo stellato o di in giorno nella vita. E allora John se puoi vola via, lascia solo un buco nero al posto del tuo viso e della tua voce dolce e poi lascia che la macchina sfrecci via, prega il Dio in cui non credevi perché ti liberi, no, lascia il tuo viso e la tua voce e poi al posto della macchina una distesa ondeggiante, campi di fragole, che nessuno può comprare, campi di fragole infiniti.
Sì, lasciamo che brucino, tra l’altro è abbastanza nel loro stile, e lasciamo che continuino a farlo nel tripudio del nostro stile, cioè tra paroloni eleganti e cauti e magari tra pistolotti stilisticamente corretti accuratamente destituiti di ogni possibile retorica. Lasciamo che brucino intelligentemente, perché la morte è intelligente, e non è retorica. Lasciamo che i bambini vadano a Dio come lui stesso ci ha chiesto, quello che è sicuro è che staranno meglio. Continuiamo a dire che le case popolari vanno prima agli italiani perché adesso questa roba non è retorica, ma pare quasi avanguardia stilistico-filosofica, e continuiamo a dirlo anche se nel paese della micragna e della vergogna e del mattone le case popolari vanno a 4 gatti arrabbiati e magari con due o tre pensioni, e continuiamo a non dire le cose che vanno dette e come vanno dette o come ci riesce di dirle per non infastidire il gusto letterario di 4 intellettuali arrabbiati con il mondo, tanto da definire pubblicamente una povera cretina la Commissaria europea Vivian Reding perché trovò da ridire sulle deportazioni di Sarkozy, dato che lo fece usando termini poco diplomatici ed esprimendo un concetto brutale, che palesemente non si riferiva ad una realtà in atto ma ad una realtà in potenza, in altre parole, paragonò i gentili “traslochi” di Sarkozy appunto alle deportazioni naziste, attirandosi una pioggia d’improperi e pure la responsabilità che data la cretinaggine del paragone, l’Unione ha adesso le mani legate. Sarà sciocco, certo, non illudersi che l’evoluzione del genere umano sia giunta a un punto tale da permetterci di sentirci al riparo da odio razziale e persecuzioni nella civile Europa, specialmente dopo la guerra di Bosnia, ah già che sciocchezza, quella era una guerra di religione, oops. Ma nel regno dell’apparenza, magari una brutta apparenza, purché stilisticamente e comportamentalmente corretta, anche i parrucconi ci sguazzano, amando più che altro il loro mondo elegante e intelligente e amandosi tra di loro alla follia, al punto da contribuire a creare questo ovattato e nebuloso mondo dove si capiscono solo tra loro, un mondo di forme, di formule, di canoni diplomatici nelle alte come nelle meno alte sfere, di stilemi inaccessibili al povero mortale che ingenuamente si domanda perché accidente un Presidente possa permettersi di effettuare tralochi di massa sia pure avendo la gentilezza di non rinchiudere nessuno in campi di concentramento; e pur arrivando ad afferrare il difficilissimo concetto che non si tratta esattamente di deportazioni naziste, il mortale di cui sopra non riesce tuttavia a trattenersi dall’esprimere l’imperdonabile idiozia di domandarsi che cosa mai ci si possa aspettare dal fatto che ben altro che la dittatura hitleriana, cioè una solida democrazia nel bel mezzo dell’Europa e in pieno 2010 abbia potuto concepire, esprimere ed effettuare traslochi di massa, a beneficio di popolazioni nomadi che non può vedere nessuno. E tra poco, detto con la massima retorica, è meglio Sarkozy di Alemanno che non li ha ancora traslocati da Roma, solo da un posto all’altro, ma non ha trovato 4 euro nemmeno per costruire delle baraccopoli dove almeno non si vada a fuoco, in attesa che il progresso della mente, della parola e della condotta umana, e delle formule algebrico-diplomatiche, c’illumini su cosa fare dei rom, anzi su cosa fare di masse ormai sconfinate di gente povera ma male abituata da costituzioni, convenzioni e varie a pensare a se stessa come titolare di diritti, masse tra le quali quella dei rom è la più sparuta, la più spaurita e la più tranquilla. Quanti giorni sono passati, otto, dieci, dalla morte dei fratellini rom, ancora ne parla qualcuno, riferendosi a qualcos’altro, di striscio, di sbieco, cautamente, ma ancora per poco, fino alla prossima. C’è solo il Papa che ne parla senza mezzi termini e direttamente, confermandoci con poca cautela intellettuale, caratteristica questa di molti Papi, spesso dotati d’intelletto e di diplomazia superiori a qualunque possibile media, che questa è un’inenarrabile vergogna. Ma tutti pendono dalle labbra del Papa e di Bagnasco perché non venga usata cautela né mezzi termini per bollare con marchio d’infamia i bagordi del premier, immemori di ogni fanfaluca stilistico-comportamentale-diplomatica che fino a un momento prima sembrava illuminare le loro menti, e continuando ad ottenebrare la coscienza e l’operato di quelle piccole élite che sono vasi comunicanti tra loro e alle cui azioni e rappresentazioni la collettività spesso è legata e collegata, quando non ne è dipendente. E’ anche per questo che non cambia niente, che il premier e i suoi amici folleggiano, che i rom bruciano e che la gente “normale” a momenti neanche più esiste. E’ solo la Chiesa Cattolica che sta comprendendo tutto questo, quella il cui preteso “moralismo” ora viene invocato come una manna perché venga ad abbattersi come una mannaia sulle malefatte di un premier che gli insegnamenti morali della Chiesa li ha presi e gettati al macero per decenni con la sua Bibbia Mammona mentre i parrucconi cercavano parole eleganti e formule sopraffine per arginare la deriva verso il disastro antropologico, dopo aver gettato nello stesso posto di Berlusconi duemila anni di sapere teologico e filosofico, e aver fatto aeroplani di carta con gli insegnamenti morali della Chiesa: moralismo, piagnistei sentimentali, spettri per spaventare le vecchine, oppio dei popoli, che hanno permesso al Papa di trovare le uniche 4 parole giuste mentre non c’è un solo politico o parruccone che trovi cose giiuste da dire e da fare.
Chi ha scoperto che la donna è altrettanto dotata dell’uomo in fatto d’intelligenza? Difficile risalire ad un preciso referente in ambito scientifico, nel senso che la presunta scoperta è stata in qualche modo “graduale”, a partire dal momento in cui si è cominciato a mettere in dubbio la superiorità del cervello maschile data pacificamente per scontata dalla notte dei tempi (chissà poi perché), cioè a partire dai primi seri studi antropo-socio-psico-bio-neurologici e chi più ne ha più ne metta, che hanno imperversato nell’ottocento. Il dubbio, seriamente affacciatosi alla mente collettiva dell’umanità dopo la prima catastrofe mondiale e le prime battaglie femministe organizzate, che la donna potesse essere altrettanto intelligente dell’uomo, è in seguito diventato quasi certezza, e probabilmente, con un movimento femminista diverso negli anni 60′ e 70′, avrebbe potuto ormai essere certezza senza quasi. Invece è quasi, e sempre meno quasi, nel senso che laddove nulla ha potuto neanche il bacchettonesimo vittoriano, la guerra, la catastrofe, il fascismo e la controcatastrofe, tutto ha potuto invece il tubo catodico, da un po’ di tempo, quello che basta, perfido nemico delle genti e grande amico dei potenti. E’ sempre meno quasi, in quanto nel subconscio collettivo e di conseguenza nella maggior parte di tutte le azioni veramente importanti della vita, è ormai invalsa la credenza che le donne abbiano un po’ meno cervello. Nel frattempo molti continuano a credere di pensare il contrario, ma di fatto sia uomini che donne sono imbevuti di questa intima convinzione, e non senza ragioni tali da indurre ad auspicare una seria revisione scientifica della faccenda. E con i potenti mezzi oggi a disposizione della scienza, e tutto lo scopribile che è stato scoperto fino a oggi, non ci si verrà certo a dire che non si possa giungere a una conclusione definitiva, in modo tale che gli autodidatti che scorrazzano in internet e per le vie del mondo abbiano nuovi studi a cui attingere per avallare o abiurare le loro tesi, numericamente alquanto sbilanciate in favore del partito che ama inquadrare il cervello delle sciagurate che li hanno messi al mondo, sposati e avuti come padri in una cornice molto piccola: altro dato sul quale varrebbe la pena riflettere. Certo se dopo più di un trentennio, da quando cioè la donna è riuscita a guadagnarsi più libertà d’azione e di partecipazione alla vita sociale, il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi, il dubbio si fa serio e la nuda verità, per quanto triste possa essere, è che solo una seria e anche obiettiva conoscenza, di pochi ma buoni dati antropologici e filosofici può scongiurare il pericolo che questo dubbio diventi certezza: salvando la pace di alcune eccezioni (l’eccezione è sempre una gran risorsa e un gran alibi) come si spiega che l’universo femminile si venga a configurare all’alba del 2011 come grosso modo diviso in sfigate, veline ed escort, se non col fatto che l’essere in questione, cioè la donna, è arrivata all’alba del 2011 con l’intima consapevolezza, dopo le opportunità in più che ha avuto, della propria inferiorità? Nessuno lo dice, ma tutti lo pensano. Gran pasticciaccio, parafrasando Gadda e gran trappolone teso da un trentennio non solo ad Eva ma anche ad Adamo, con l’ausilio di questa nuova mela magari rettangolare a 60 pollici, ma non solo, trappola strisciante della subcultura postmoderna almeno tanto quanto il nuovo, veramente nuovo, perché era quasi sparito, razzismo, e pericoloso quasi quanto il vertice di questa piramide slanciata contro il cielo, l’autonomia, l’autonomia dell’uomo da tutto, lasciamo qui stare Dio, il maschio dalla femmina, la femmina dal maschio, ma anche il guadagno e perfino il profitto dal lavoro, sia pure quello degli altri, l’azione e pure il pensiero dalla morale e si potrebbe andare avanti all’infinito. Solo e incontestato resta l’incontestabile, cioè il potere e il denaro, perché se s’identifica con l’io, con l’io autonomo e forte e con l’io potere e con l’io materia ma con l’io cervello il dado è tratto, e in quest’ottica la donna può anche prepararsi ad essere spazzata via dalla faccia della terra, perché l’intelligenza della donna è diversa, profondamente emotiva e profondamente dipendente dalle forze della natura, dal subconscio, dalla spiritualità. E se non valorizza quella per stimolare la propria parte logico-razionale, anzi la usa contro se stessa, non solo è fritta ma si dimostra, nel senso più proprio e pieno del termine, stupida. Perché stupidi anche si diventa. E allora grazie Barbara D’Urso, grazie Signorini, grazie Papi (Enrico) grazie autori di Mediaset, grazie autori Rai, grazie a tutti per sciorinare tutto questo ed altro ormai senza ritegno, commettendo il grande errore di tutti i poteri arroganti che si credono consolidati, e cioè ormai possiamo fare il bello e il cattivo tempo, non cambia niente, e nessuno se ne accorge, anzi chi più ne ha più ne metta e se ne accorgono sempre meno. E grazie, grazie, grazie perché quello che pensate è vero, e pur essendo materialmente vero col tempo finisce per produrre sempre l’effetto opposto, e più l’arroganza è smaccata e più il tempo si accorcia, e questo perché l’uomo, e la donna, non sono autonomi, da tutto tranne che dal potere e dal denaro, ma dipendenti, da tutto, anche dalla propria dignità. E grazie Santoro, grazie bailamme attorno ad Arcore Ruby e le escort, grazie politici di sinistra che tra un po’ andate ad esibirvi a Palazzo in tutù invece di fare la guerra all’accordaccio brutto di Via Mirafiori, grazie, grazie, perché stiamo accorciando i tempi, anche se in apparenza state allungando il brodo, perché il brodo è ormai un’acquaccia talmente sporca e nera che se non cambia qualcosa e veramente volete fare del male a questo paese sarete accontentati presto, perché qualunque cosa è meglio di altri cent’anni di solitudine, e di stupidità, di quei pochi, che sono sempre stati pochi, in grado di fare le rivoluzioni, le rivoluzioni che hanno sempre fatto più male che bene. Grazie, al cavolo, se avete scelto questa strada comoda e divertente per fare quello che con più efficacia e meno schiamazzi si poteva fare in quattro e quattr’otto: piazza pulita, per ricominciare, ci volesse pure un secolo e una terza Repubblica, ma puliti e in pace. Ma voi siete come loro, politici di sinistra. Grazie Fassino, grazie Bersani, grazie a tutti e ossequi. E guai se le donne si dovessero veramente accorgere di quello che veramente gli uomini pensano di loro, e che loro stesse pensano di se stesse, già perché dalla notte dei tempi loro non sembravano un granché quelle del fare, pochi muscoli, e tanti figli al collo. Ma la bomba del futuro è che ormai servono pochi muscoli, un discreto cervello e un cuore così. Roba da donne. E da uomini che non odiano né le donne, né se stessi. Ma non sono mai state le donne a salvare il mondo dalle guerre, loro curano soltanto le ferite. Perciò ora levatevi di mezzo. Non vogliamo né guerra né rivoluzione, solo la bomba del futuro, quella intelligente veramente.
Una svolta quasi storica, terribile retromarcia per i diritti dei lavoratori, ma no, un progresso con inevitabili svantaggi per i lavoratori ma alla volta di tempi di gloria con munifici investimenti in trionfale avanzata verso una nuova era di vacche grasse per tutti. Differenti sono le interpretazioni della vittoria del sì al referendum Fiat per il nuovo accordo, passato con un piuttosto magro 54 per cento di sì detti da persone formalmente invitate ad approvare o meno un nuovo “accordo”, verbalmente sballotate tra blandizie e minacce, ma praticamente chiamate a scegliere tra il loro lavoro e la disoccupazione. Quasi eroica quindi la resistenza del no, ma non è neanche questa la novità. Solo che dalla vitalità e dalla fortezza morale di questi lavoratori questo paese non si aspetta niente, anzi pare quasi di riuscire a immaginare Marchionne, Agnelli, suo nonno, Elkann e tutta la scìa di quadri della Fiat che quasi con un pizzico di rammarico si apprestano a ridisfare la valigia già mezza pronta in vista di un’improbabilissima vittoria del no, disdicendo distrattamente il biglietto prenotato verso lidi abitati da gente più volenterosa e di più miti pretese. Suggestioni, certo, ma si vede che le bizze dell’uomo in nero hanno una loro efficacia, in realtà è però più probabile che l’avvocato e tutti i padri fondatori della Fabbrica Italiana Automobili Torino si stiano rivoltando nella tomba. Ma qual è la verità, in mezzo a tanta manfrina che se non fosse giocata sulla pelle dei lavoratori avrebbe dello spassoso, con un tizio il quale va in giro per il mondo a salvare fabbriche che con tutto il loro contenuto guadagnano meno di lui e a fare il broncio pestando i piedi con fare dispettoso se non si fa come dice lui, se no scappa. E’ molto difficile individuare un barlume di chiarezza in tante abbaglianti manovre. Ma la cosa più difficile da individuare è un barlume di logica, e se c’è chi invoca la decrescita e Maynard Keynes come antidoto per scongiurare la catastrofe, del pari c’è chi invoca e anzi prega il pil, la crescita, il capitale e Maynard Keynes come sempiterna garanzia contro la povertà globalizzata, ma quella coi fiocchi, dove non c’è più scampo per nessuno. Però se la prima posizione sembra un filino utopica, la seconda, granitica e pressoché inestirpabile da pressoché tutti gli economisti seri, comincia a sapere tanto di paludato e d’imbalsamato da rasentare ormai l’analogia involontaria s’intende con il bronzo di una faccia di bronzo. Perché ci vuole un po’ di faccia di bronzo, peggio, o meglio dipende dai gusti, inconsapevole, serafica, e pacifica, per affermare che Marchionne ha salvato la Fiat, che col suo carisma la condurrà col vento in poppa verso il milione di vetture sfornate e le nuove assunzioni, che o la Serbia o Timbuctù o Godidipiù o la morte: è una pantomima chiarissima di cui sembrano, veramente, inconsapoevoli attori fior di economisti seri, e lo sono, perché sono gli attori di una rappresentazione che deve necessariamente andare in scena, e ci sta andando. E’ il flusso stesso dei tempi e la neccessità del cambiamento che preme sul sistema di pensiero e lo strema, lo asfissia costringendolo a lottare tra l’inconsueta concretezza e vicinanza d’istanze considerate obsolete o almeno lontane e il vecchio modo di organizzare il pensiero, quello abitudinario, quello a cui il cervello è abituato, il mondo è abituato, la vita stessa sembra abituata, il cielo stesso sembra ormai indifferente, che dire della politica, patetica esuvia di un animale che preferisce stare da un’altra parte, in mezzo ai finti problemi e non alle grandi questioni magari, in uno strano mondo dove si pronunciano ancora parole belle, purché lo si lasci in pace nel suo mondo, proprio come Marchionne, proprio come l’elettore di centro-destra, proprio come la Fiat a Timbuctù, proprio come il capitale. Ma se il capitale scoppia di salute il capitalismo rantola, e ciò che sta succedendo non è un tentativo di salvarlo. Sarebbe già qualcosa. Sarebbe un’azione, una cosa seria, qualcosa di programmatico sul lungo periodo. Ma non è così, il sistema implode e si tenta disperatamente di ritardare la fine, la fabbrica va di qua, va di là, i soldi vanno appresso alla fabbrica, ma i soldi vanno anche senza la fabbrica, e senza i lavoratori. La verità è che né Marchionne, né gli eredi Fiat né nessuno ha interesse a salvare la Fiat, così come nessuno ha più interesse a salvare un sistema che non regge, i topi stanno semplicemente prolungando le scorribande nel forziere bucherellato che non sta più a galla prima che coli a picco. La chiatta è carica all’inverosimile e piena di buchi, c’è un solo modo per salvare il forziere, svuotarlo, e chiudere i buchi, ma questo significherebbe cambiare le cose, cose che fanno molto comodo a chi non vuole vedere più di un palmo al di là del proprio naso, naso dotato di gran gusto per il fiuto del profitto senza il quale non sarebbe mai salito su quella chiatta. Il capitalismo si è sempre salvato con le guerre, e ora boccheggia perché è da troppo tempo che non gli si dà in pasto una guerra di quelle grosse, solo un po’ di guerre tra poveri, contro poveri, e cose simili, ma tutto sommato non sono morti abbastanza poveri per saziarlo, anche perché la morte di un ricco vale di più. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per ricostruire, se no il famoso pil per tutti, cioè per nessuno o giù di lì, anzi per nessuno, perché il loro nome è sempre nessuno, non resiste mezza generazione. Il vecchio sistema produttivo e la stessa vecchia, ma sempre attualissima, concezione del consumo sono allo stremo, e stanno stremando la terra, dando meno profitto d’innominabili, innominate, inconoscibili e sconosciute speculazioni finanziarie, per salvarli in qualche modo bisognerebbe essere in grado d’ideare un profondo cambiamento in entrambi, facendo immani investimenti, e per che cosa? Per creare tanto lavoro e tanto pil per tutti, cioè forzieri mai pieni sfondati e bucherellati per nessuno? Ma i signori nessuno, cioè qualcuno, non ci stanno, a chi dovrebbe interessare in Europa e anche negli Stati Uniti salvare fabbriche, e in Italia, ancora una volta capofila e maestra, foriera e inconsapevole profeta del prossimo rivolgimento storico, a chi dovrebbe interessare? Cosa cambia per i lavoratori Fiat, cambia che hanno mantenuto il posto di lavoro? Per quanto? Ed è veramente radicalmente diverso guadagnare 1000 euro con tre pause o 1032 con due pause, è radicalmente peggiorata una condizione che era già di sfruttamento? Quanto invece avrebbe impattato un risultato diverso, un no al vecchio sistema di pensiero, che in realtà sta solo uscendo dagli abissi come piovra morente, quanto avrebbe impattato, comunque, una ferma richiesta di attenzione sui veri problemi della produzione e del consumo, e del lavoro stesso, che o si riconvertono o muoiono, o cambiano o rallentano fatalmente ingoiati dalla loro stessa logica vitale, quella che ogni organismo ha, e che gli dà un ciclo vitale ben preciso. Il capitalismo si riproduce con la morte e la distruzione, cos’avrebbe significato, nel caso, la morte di una fabbrica? Un atto eroico, l’antidoto, un sacrificio propiziatorio, la salvezza, la salvezza del concetto stesso di lavoro, vilipeso, disprezzato, inutile, umiliato, in Italia, nel mondo? Forse niente, ed era impossibile chiederla a chi ci lavora dentro, cioè possibilissimo, molto possibile, completamente possibile, e ciononostante è stata una gran trovata. Cosa diavolo poteva significare chiedere la morte della fabbrica, morte emersa dalla palude come un’ombra più reale di una reale repentina chiusura? Cosa sarebbe stato, teatro, follia, vita, quanto coraggio ha avuto quel 46 per cento che ha votato no? Ma forse non sarebbe stato niente d’importante, come sempre, solo una gran lezione, e a culo tutto il resto.
“Il cerchio magico ” è un documentario del 1962, curato da Michele Gandin, andato in onda di recente su Rai Storia. Questo documentario si occupa del gioco, il gioco dei bambini. Descrive con semplicità ed efficacia i modi e i momenti del gioco, attraverso le parole e i volti dei bambini, attraverso i loro stessi giochi, ripresi semplicemente mentre si svolgono, attraverso i pareri di psicologi che inquadrano anche il gioco e la sua funzione nell’ evoluzione storica, o almeno in ciò che se ne può presumere, attraverso una narrazione pacata, liscia, partecipe, fino ad una delicata intensità, è come la soffusione di un’idea, priva di qualunque provocazione, di qualunque parzialità: senza giocare non si va da nessuna parte. E’ un’idea troppo semplice, troppo normale, o almeno abbastanza normale perché nessuno abbia interesse a opporsi, a contestarla, ad avere un’altra idea, radicalmente diversa, è un’idea universalmente accettata, perché il gioco è un eterno umano, come il riso, il pianto, l’amore, l’odio. Se i bambini non giocano alla vita poi dopo non la possono vivere da persone libere. Nessuno si oppone, nessuno trova niente da ridire. Al massimo nessuno ci pensa, e pensa al fatto che i bambini giochino come a un’ovvietà. Cos’altro vuoi che facciano i bambini? Appunto, cos’altro vuoi che facciano. E quando la telecamera si stringe attorno al piccolo guidatore di camion rinchiuso nel mezzo metro quadro che gli è rimasto per giocare insieme al suo camion, l’ovvietà diventa verità, diventa vera, e chiunque pensa che è quasi una crudeltà tenere un bambino chiuso in uno spazio così piccolo a giocare da solo. E il documentario comincia a mostrare cortili, prati, strade, case, terrazze, spazi piccoli e grandi dove un bambino potrebbe, o non potrebbe giocare. Comincia a parlare di progetti, d’idee, per dare ai bambini più spazio per giocare in quelli che erano i tempi del ragazzo della Via Gluck, quando là dove c’era l’erba cresceva una città, case su case, catrame e cemento. Cita i progetti di Le Corbusier per delle terrazze attrezzate a misura di bambino e di gioco di bambino, nell’ambito di una espansione verticale anziché orizzontale degli spazi vitali. Si chiude con la drammatica domanda di cosa faranno i bambini se non avranno più spazio per giocare, come saranno gli uomini di un domani che è stato un’infanzia con sempre meno gioco in sempre meno spazio. E forse sarà per questo allora che il mondo è sempre andato com’è andato, perché in fondo, anche quando c’era tanto spazio, magari per i figli dei poveri non c’era tempo, per giocare, nei campi, se non rubato al lavoro. Ma di questa domanda si è sentita l’eco per anni, e quest’esigenza era la tipica rivendicazione di chiunque volesse o volesse far la figura di occuparsi dei problemi dei ragazzi. Lo spazio, lo spazio verde, lo sport, ma soprattutto lo spazio, lo spazio dei ragazzi. Forse era un mondo che ancora s’illudeva di cambiare, di dare spazio e tempo ai bambini, di non dare più loro brutti aggettivi, come poveri, o ricchi. Poi a un certo punto una cosa sparisce, e nessuno se ne accorge, un discorso, una domanda, una promessa piano piano si diradano e un bel giorno sono quasi scomparsi. Sì, fino a un po’ di tempo fa c’era sempre questa cosa degli spazi per i bambini, e adesso non c’è più, e un bel giorno, di colpo, uno se ne accorge. Forse è una cosa piccola, perché bisogna pensare a cose molto gravi, e questo è vero. Ora bisogna occuparsi di cose molto gravi, non sembra più tempo per costruire, pensare a un futuro costruito oggi, non è una cosa urgente. Bambini, di un domani che semplicemente verrà, ora non hanno neanche più bisogno di nessuno spazio per giocare, se non di quello che occupa un videogame. Vanno di qua, vanno di là, quelli che ci vanno, ma non sono mai, non sono ancora, non sono come sempre liberi di giocare quando è tempo di giocare. Sarà per questo che il mondo va così male, però che effetto che fa, sentir parlare di uomini del domani, di gioco per sviluppare appieno le potenzialità del ragazzo, di futuro di persone libere, di spazio e di tempo dei bambini. Oggi ne parlano solo alcuni molto bene, ma dal linguaggio e dai pensieri dei tanti che parlano meno bene tutto questo è scomparso, perché quelli che parlavano bene negli anni ’60,’70, non parlavano solo fra di loro, e parlavano, e cercavano, di migliorare le cose come se fosse vero, possibile, sperare in qualcosa di buono per tutti. Ma ora i bambini hanno tutto, ora, e sono anche talmente pochi che tutti li coccolano e li viziano. E i bambini sono i giocattoli, su internet, dell’estremo baluardo della caccia al debole e all’indifeso, dev’essere questo ciò che ama un pedofilo. Sono importanti oggi i bambini, e comprano un sacco di roba, e questa roba occupa un sacco di spazio, e questo spazio non è in vendita, sarebbe meglio che fosse in vendita, così qualcuno lo comprerebbe, ma pochi. Ma forse alcuni lo hanno già comprato, ma pochi, e hanno comprato anche tutta la roba, lasciandone abbastanza perché qualcuno possa comprarne da loro affinché loro, quelli con tanto spazio, che bambini forse non son stati mai, possano comprare tutto il resto. Sarebbe più pratico che facessero semplicemente incetta di tutto lo spazio e di tutte le cose, e di tutta la natura, visto che sono così bravi in questo gioco, anche un bambino lo capirebbe, ma non ci sarebbe più gusto. O forse è che l’altra gente serve per costruire le cose, in poco spazio, sì, dev’essere questa la spiegazione. E se non costruiscono niente non importa, e infatti non importa, anche il piccolo David, morto di freddo ieri nel centro di Bologna, non costruiva niente, perché era completamente indifeso, e non poteva né lavorare né non lavorare, né giocare né niente, così è morto, perché aveva troppo spazio e niente altro, e a nessuno importava niente.
o singolo uscito il 3 dicembre scorso, continuando il suo dialogo
Visto che l’Italia è disfatta, ma bisogna ancora finire di disfare gli italiani, quale cura migliore di un sano arresto con



