Archive | March, 2011

Lo strano caso del Signor C. e del soldato tedesco

Posted on 17 March 2011 by ivana.c

Il suo nome era, Enrico C. Ma lo chiamavano Don Enrì. Gli amici, al bar di Via Surripa, dicevan che era un comunista e un giocatore, ma quando il suo cane passava di là, gli davan un cannolo siciliano, e il nome del suo cane era Kim. Fiutava, intorno che aria tira, e sgobbava parecchio nella sua bottega. Era elegante con poco, guardingo come un gatto, giocoso come un cane, e i suoi cani venivano anche in sogno a giocare con lui e a dargli i numeri, e se vinceva comprava tanti dolci e giocattoli ai suoi bambini, e li svegliava di notte.  50 anni, rosso, mai una lira, comprò una vita con un grammo di compassione. Forse la sua patria non sarebbe stata orgogliosa di lui, anzi le avrebbe dato un po’ da pensare, se essa avesse avuto una testa. Ma lei una testa non la ebbe, o ne ebbe poca, troppo ricca e sventata com’era, e il meglio di sé, lo diede profondendo occasionale compassione, ma fu preziosa, e la salvò, perché ebbe uno strano cuore, matto, ella ebbe un cuore matto. Ma Enrico C. non era mica matto, e si faceva i fattoi suoi. Sì, lui si faceva i fatti suoi, ed era libero come un uomo. Che strano. Però la libertà non è star sopra un albero, non è neanche, il volo di un moscone, la libertà, non è uno spazio libero, libertà, è partecipazione. E chiove ‘ngoppa a sti palazze scure, ‘ngopp e mmure fracete da casa mia. Tutt’attuorno ll’aria addora ‘e ‘nfuso. .chi song io? Chi song io…E cammino mmiezo a via, parlanno ‘e libertà, parlanno ‘e libertà…Ma che succede io sto chiagnenno..Penzanno o tiempo, che se ne va, che se ne va…E cammino mmiezo a via, parlanno e li-iiii-bertà-àà-àà, parlanno e’, lii-bertà. Ma finisce la musica, e tu entri nel portone, e chi è stu guaglione? Un guaglione di 20 anni, un soldato figlio di una jurnata ‘e viento, di una jurnata ‘e sole, un figlio di mamma acciambellato in un sottoscala, per la paura ha fatto rumore. Cos’è un ammasso di grossi stracci verde militare, cos’è gli stracci sporchi da buttare, sporchi di sangue, meglio scappare. Qualcosa brilla nella penombra, sopra gli stracci e sopra il sangue, occhi, occhi di cane impaurito dentro una faccia bianca e bagnata, sotto una testa bianca e dorata. Che fai ccà? Ma il guaglione non parla. Si appallottola nascondendo la faccia. E’ un attimo nel tuo cuore, è il tuo figlio lontano, è la paura della morte, è la paura della guerra, è l’odio, è l’amore. Vien a ccà…Il guaglione non parla, ma capisce vien a ccà, e ha paura. Ma lui gli dice vien, dolcemente, e il guaglione bianco si alza tremando e va con lui, il braccio di Enrico C. intorno alle sue spalle, e poi, le scale, inciampando, e poi, davanti alla porta, Carmela. Il guaglione ha un tuffo di pianto e di conforto al cuore: Carmela. Tu chiagne sulo si, nisciuno vede, e strille sulo si, nisciuno sente, ma nun è acqua o sang rind e’ vvene…Carmela..Si ll’ammore è o cuntrario d’a morte, e tu o ssaje, si dimane è sultanto speranza, e tu o ssaje, nun me può fa aspettà, fino a dimane, astrigneme int’ e’ bbraccia, pe stasera… Carmela, Carmé. Carmé, tenimmo un ospite. Carmela quando c’è Enrico non ha paura, e mite, indomita e felpata prepara il brodo con le fave a chillu uaglione. Enrico controlla la ferita, è ccosa ‘e niente, si stato furtunato, uagliò. Lo accompagna nella soffitta e gli fa un letto e un cuscino di panni. Ma il guaglione non ha più paura, danke schon. Io nun te capisco, uagliò. E ogni mattina e ogni sera, Enrico C. va a trovare il soldato in soffitta, in soffitta deve restare, Anna ha paura, è malata, ha paura dei soldati, e i dolci occhi del suo fidanzato li ha portati via la guerra, lontano, in Africa, chissà se li rivedrà, chissà se ritornerà. E il suo matto fratello, chissà se ritornerà, lui che dalla guerra non si fece rapire, e la voce di Anna scomparve per sempre, e non cantò mai più, anzi cantò come un uccellino, pigolando, cip cip…E i soldati ai tuoi occhi marciano, marciano dietro la finestra, sono cattivi, sono cattivi. E Rita si nascondeva, nessuno poteva entrare, nessuno, che paura, che paura, e che coraggio nel tuo cuore. E il soldato era guarito, e chissà se tuo figlio tornerà, Enrico C. Ora il soldato vuol tornare a casa, e vuol fare come Francesco, dalla guerra non si vuol far più rapire. Tu a notte fonda lo accompagni alla stazione, ora è solo un guaglione. E ora tu lo sai che è stato bene così. Quantu tiempo è passato? Non lo so, perché non me lo hai raccontato perché? Ma tu sei come chi tene o’ mare, cammina ca vocca salata, po sta luntano, e te fa sentì comme coce, chi tene o mare o ssaje, porta na croce. Chi tene o’ mare, s’accorge e tutto chello ca succede, chi tene o’ mare, o’ ssape ca è fesso e cuntento, chi tene o’ mare o’ ssaje, nun tene niente. Ma tu hai i tuoi cani, i tuoi gatti, e il tuo mandolino, ammore ammore, e chi po dicere, ca so cuntento, chi po dicere, ca sto murenno, chi po dicere, ca sto sbaglianno, parlanno male, e’ tutte chist’anne, tantu tiempo ma, ce penzo ancora, chella nun era a strada bbona, chi me dice ammore, rispongo dulore…chi me dice umanità, rispongo ammore. Ammore, ammore, ammore. E tu hai tante persone, e hai pure il guaglione, ma le sue lettere perché non le avete conservate perché, matti matti matti. O’ trasloco, o trasloco, n’atu trasloco. Mai pace con queste case…case, case, case. Puorteme a’ casa mia, come hai portato il guaglione. Grazie di essere esistito, Enrico C. Grazie-e di esistee-re-e.

  • Share/Bookmark

Comments (0)

WHORE

WHORE

Posted on 16 March 2011 by ivana.c

Finché- la filosofia- che sostiene una razza essere superiore e un’altra inferiore-non sarà finalmente-e definitivamente-screditata-e abbandonata: dovunque è guerra: guerra. E finché-non ci saranno più-cittadini di prima classe e cittadini di seconda classe-di ogni nazione. E finché-i diritti umani basilari-non saranno equamente garantiti per tutti: dovunque è guerra: guerra. E finché-gli ignobili e infelici regimi che imprigionano i nostri fratelli-in subumano servaggio-non saranno spazzati via-completamente distrutti-dovunque è guerra: guerra. Guerra ad est-guerra ad ovest. Guerra su al nord-guerra giù al sud: guerra-guerra-rumori di guerra. Fino a quel giorno-il sogno di una pace duratura-cittadinanza del mondo- regole di moralità internazionale-non saranno che una misera illusione-da perseguire-e mai raggiungere. E fino a quel giorno-il continente africano-non conoscerà pace. Noi africani combatteremo-lo consideriamo necessario-e sappiamo che vinceremo-perché confidiamo-nella vittoria-del Bene sul male-del Bene sul male-sì: del Bene sul male. Noi africani, noi gente oppressa da regimi, filosofie, ideologie di ogni tipo, da schemi sterili, da dogmi e da assenza di dogmi, dalla negazione della vita e dall’affermazione della morte, noi oppressi, da sempre, da mille anni, da un milione d’anni, noi comunque fratelli, uniti come radici di fragole, fragili alla deriva nel buio, nel profondo della terra, cercando dove spuntare al sole, cattivi, buoni, tutti degni di pietà,  noi servi dentro, liberi dentro, misteriosamente legati, con la nostra vita in catene sull’altare della guerra, di ogni guerra, noi andremo in cerca di pietà, in noi e fuori di noi, e duramente combatteremo – contro- ogni forma di asservimento e di arbitraria assunzione di potere sull’altro, e anche ogni assunzione di dipendenza e servaggio morale e materiale nei confronti di un potere, cioè combatteremo contro la radice di ogni guerra, noi – gente comune- combatteremo con i nostri deboli mezzi, contro il male più antico del mondo, il male osceno, il male oscuro, che fa il mestietre più antico del mondo, quello di uccidere, quello di morire, quello di opprimere e anche quello di subire, quello di usare ed essere usati, guerra puttana, mestiere che sempre c’è stato e noi “africani” speriamo che sempre non ci sarà, perché siamo uomini, siamo donne, e il mondo lo abbiamo sempre cambiato, e lo cambieremo ancora.

  • Share/Bookmark

Comments (0)

Yara 2

Yara: una conferenza stampa al buio

Posted on 16 March 2011 by redazionevp

Foto di Yara Gambirasio

Dopo la conferenza stampa tanto attesa, durante la quale il Procuratore aggiunto Massimo Meroni ha esposto lo stato delle indagini concernenti la morte di Yara Gambirasio, anziché  accendersi una luce seppure fioca, le tenebre, si sono ancora più infittite ed hanno purtroppo messo a nudo una sola verità:gli inquirenti, hanno in mano soltanto delle ipotesi e zero certezze.

==============================

Perché, si “Sguazza” troppo, dentro notizie false ed immaginarie ed i media trascrivono, o mandano in onda, supposizioni spesso fantasiose e senza alcun sostegno probatorio?

La risposta, che per prima viene in mente all’uomo della strada, è che tale situazione, sia avallata dalla stessa Magistratura inquirente, troppo taciturna ed incline a nascondersi dietro i “Non so”,  i forse ed i perché.

Per far tacere la montagna di notizie incerte che hanno rincorso e rincorrono verità inarrivabili, sarebbe stato sufficiente che coloro che tengono le redini delle indagini ufficiali, avessero reso pubblici ed in tempi brevi, degli elementi  atti a far intravedere, un ipotesi di soluzione al giallo di Brembate; cosa, che puntualmente non si è verificata.

Sembra inverosimile che in un omicidio avvenuto d’impeto, come sembrano essere orientati i Magistrati a considerarlo, gli artefici (o l’artefice) materiali, siano riusciti a cancellare in breve tempo, ogni piccolo particolare atto ad incriminarli ed a nascondere il corpo di Yara, in un posto “Troppo” visibile, per essere ritrovato. (non sembra un paradosso?)

La gente comune stenta a sentirsi protetta da una Legge che come nel  caso dell’omicidio di Yara e non solo, dopo mesi d’indagine, non riesce ad abbandonare la strada del dubbio e che oltretutto continua ad evidenziarla, con inutili ed insensate conferenze stampa.

Il caso di Brembate, è come un foglio bianco dove si scrive una storia… ed un’altra ancora, dopo aver usato una gomma da cancellare; così facendo, si sporca il tutto, e lo si rende illeggibile.

Ad imbrattare questo foglio immaginario, contribuiscono alcuni giornali e TV che si  credono in diritto di usare il proprio “Pennello”, per dipingere tele o intrecciare trame, al solo
scopo d’ ottenere un ritorno economico, o un indice d’ascolto sensibilmente lievitato.

L’uomo della strada, a volte per macabra curiosità, altre, per umano interesse, legge ogni riga di testo e guarda ogni trasmissione televisiva, attendendo delle risposte che come ombre al tramonto, si allungano dirigendosi  sempre, dalla parte opposta alla verità.

Non si può giocare con la vita di nessuno; la famiglia di Yara è stata colpita duramente nei sentimenti; la comunità di Brembate vive nella paura e tutti noi, ci sentiamo delle foglie, in balia d’ogni vento che spiri nelle nostre vicinanze.

I duelli ricchi di locuzioni critiche che i poteri dello Stato si scambiano, non fanno altro che deteriorare il vero significato della parola Giustizia ed a ledere la fiducia che i cittadini tutti, dovrebbero nutrire nei confronti delle Istituzioni.

Lasciateci fuori dai giochi di palazzo, ristabilendo con i fatti, quella Legge, che raffigurata ovunque con l’immagine di una bilancia, sia realmente uguale per tutti e capace di punire con severità,  tutti i crimini che offendono la dignità di ogni uomo libero.

  • Share/Bookmark

Comments (0)

Advertise Here
Advertise Here

RELATED SITES

Site Meter