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Kengiro AZUMA al MUSMA di Matera

Posted on 07 February 2011 by angela.rg@hotmail.it

La continua ricerca spirituale dello zen porta Kengiro Azuma a Matera, nella città in cui il vuoto e il pieno, il MU e lo YU, raggiungono la loro definizione più nobile…

A soli due mesi di distanza dalla prima grande antologica dedicata allo scultore giapponese Kengiro Azuma (Yamagata, 1926; vive a Milano) nel complesso materano delle chiese rupestri di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, il Museo della Scultura Contemporanea di Matera espone una serie di opere che l’artista ha realizzato a Matera. Per Matera.

Nella fornace della bottega di Peppino Mitarotonda, artigiano locale, Kengiro ha cotto la serie di formelle di argilla in esposizione. Le mani in pasta per lavorare e plasmare una sostanza elastica, sensibile, ben disposta ad accogliere l’impronta invisibile ma eterna del vuoto, dell’anima. Come “ un bicchiere vuoto, sempre pronto a ricevere”, così l’argilla, dolcemente, si lascia affondare in un gesto spontaneo, vero. Si disegna lo Zen, lo spazio dell’anima che vive nelle impronte invisibili che l’uomo consegna all’eternità. È un vuoto che si lavora nel pieno della materia o meglio delle materie che l’artista di volta in volta sceglie. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna. Nell’argilla può rapprendersi anche la goccia d’acqua e aprirsi nei vuoti dei gesti d’autore. Forma perfetta, simbolo del ciclo continuo tra terra e cielo.

Kengiro Azuma a Matera respira una profonda sintonia con le proprie radici culturali. In un luogo antropizzato ininterrottamente dal paleolitico, la presenza dell’uomo ha lasciato e lascia segni, impronte continui. Dai buchi neri dello spazio ai buchi neri delle grotte degli uomini primitivi si procede “per via di levare” il vuoto dal pieno o viceversa! Lo scultore cede il suo gesto, disegna la sua forma con l’argilla, dialoga con la città, comprende che è anche la sua città e giunge al suo cuore plasmando la pasta del pane. Scava la più antica e duratura delle tradizioni materane, sforna pani-scultura firmati ritmicamente da tracce di vuoti e in mostra accanto a sei maioliche bianche su cui la mano dello scultore disegna i simboli del suo zen.

Come l’autore stesso sostiene, ci vogliono amore, passione, volontà e sofferenza per liberarsi dal pericolo della materia e salvare l’anima. Sentimenti che Matera ha urlato al suo spirito creativo e tradotto in opera d’arte.

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