Archive | February, 2011

John, vola via.

John, vola via.

Posted on 23 February 2011 by ivana.c

John Lennon si aggira ancora come un’anima senza pace per le vie del mondo, e non solo con le sue canzoni, come se non fosse bastata la sua morte violenta e assurda.  John scriveva canzoni bellissime nell’illusione di un bambino, e di un bambino che sogna inquieto ad occhi aperti, che i suoi desideri, le sue speranze e i suoi stessi limiti lo conducano non alla verità, ma oltre la verità, alla conquista di un mondo diverso, laddove gli uomini, incapaci da sempre non solo di costruire la pace, ma anche solo di amarla e di desiderarla, vivano finalmente nella concordia, nell’armonia e nella giustizia. Ma John ci credeva veramente, s’infischiava della gloria e del denaro, e come tutti coloro che credono che sia possibile un mondo diverso, come tutti coloro che non si rassegnano, come tutti coloro che sono capaci di lanciare lo sguardo oltre il presente, era troppo occupato a vivere. Le sue canzoni, non solo quelle che parlano della pace, sono così struggenti e tenere proprio per questo, e proprio come il racconto di un bambino che crede fermamente in una favola e ne resta prigioniero, convinto che i cattivi saranno sconfitti, come nelle altre favole in mezzo alle quali questa è la più bella, ma è pur sempre una favola; e qui invece i cattivi arrivano e lo imprigionano in un castello di ghiaccio. Ogni volta che una favola finisce bene ne comincia un’altra dove gli orchi e le streghe sono sempre lì, redivivi, per fare del male ai bambini, ma John ha sognato l’ultima favola dell’umanità, quella della pace e della concordia in tutto il mondo, senza più sfruttatori e oppressi, ricchi e poveri, e neanche buoni e cattivi. Ci ha regalato però la bontà e la bellezza della sua anima, talmente libera e grande da lasciarci sognare i suoi stessi sogni, sia pure a modo nostro, e da farceli sognare di più. Ora come se non bastasse che la sua morte sia stata una crudele beffa anche la sua immagine e le sue parole vengono calpestate e usate in malo modo, perché John a 30 anni dalla sua morte fa la pubblicità. John fa la pubblicità di una macchina, il suo volto, la sua voce e le sue parole vengono usati con  profonda e sorda violenza per vendere una macchina, mentre la vorace Yoko Ono ha sempre la vile scusa in tasca, che così John non si dimentica. Ebbene preferiamo dimenticarlo e che lo si dimentichi, e anche lui lo preferirebbe, disperdendosi nell’immensità di un cielo stellato o di in giorno nella vita. E allora John se puoi vola via, lascia solo un buco nero al posto del tuo viso e della tua voce dolce e poi lascia che la macchina sfrecci via, prega il Dio in cui non credevi perché ti liberi, no, lascia il tuo viso e la tua voce e poi al posto della macchina una distesa ondeggiante, campi di fragole, che nessuno può comprare, campi di fragole infiniti.

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Lasciate che gli zingari brucino con stile

Lasciate che gli zingari brucino con stile

Posted on 14 February 2011 by ivana.c

Sì, lasciamo che brucino, tra l’altro è abbastanza nel loro stile, e lasciamo che continuino a farlo nel tripudio del nostro stile, cioè tra paroloni eleganti e cauti e magari tra pistolotti stilisticamente corretti accuratamente destituiti di ogni possibile retorica. Lasciamo che brucino intelligentemente, perché la morte è intelligente, e non è retorica. Lasciamo che i bambini vadano a Dio come lui stesso ci ha chiesto, quello che è sicuro è che staranno meglio. Continuiamo a dire che le case popolari vanno prima agli italiani  perché adesso questa roba non è retorica, ma pare quasi avanguardia stilistico-filosofica, e continuiamo a dirlo anche se nel paese della micragna e della vergogna e del mattone le case popolari vanno a 4 gatti arrabbiati e magari con due o tre pensioni, e continuiamo a non dire le cose che vanno dette e come vanno dette o come ci riesce di dirle per non infastidire il gusto letterario di 4 intellettuali arrabbiati con il mondo, tanto da definire pubblicamente una povera cretina la Commissaria europea Vivian Reding perché trovò da ridire sulle deportazioni di Sarkozy, dato che lo fece usando termini poco diplomatici ed esprimendo un concetto brutale, che palesemente non si riferiva ad una realtà in atto ma ad una realtà in potenza, in altre parole, paragonò i gentili “traslochi” di Sarkozy appunto alle deportazioni naziste, attirandosi una pioggia d’improperi e pure la responsabilità che data la cretinaggine del paragone, l’Unione ha adesso le mani legate. Sarà sciocco, certo, non illudersi che l’evoluzione del genere umano sia giunta a un punto tale da permetterci di sentirci al riparo da odio razziale e persecuzioni nella civile Europa, specialmente dopo la guerra di Bosnia, ah già che sciocchezza, quella era una guerra di religione, oops. Ma nel regno dell’apparenza, magari una brutta apparenza, purché stilisticamente e comportamentalmente corretta, anche i parrucconi ci sguazzano, amando più che altro il loro mondo elegante e intelligente e amandosi tra di loro alla follia, al punto da contribuire a creare questo ovattato e nebuloso  mondo dove si capiscono solo tra loro, un mondo di forme, di formule, di canoni diplomatici nelle alte come nelle meno alte sfere, di stilemi inaccessibili al povero mortale che ingenuamente si domanda perché accidente un Presidente possa permettersi di effettuare tralochi di massa sia pure avendo la gentilezza di non rinchiudere nessuno in campi di concentramento; e pur arrivando ad afferrare il difficilissimo concetto che non si tratta esattamente di deportazioni naziste, il mortale di cui sopra non riesce tuttavia a trattenersi dall’esprimere l’imperdonabile idiozia di domandarsi che cosa mai ci si possa aspettare dal fatto che ben altro che la dittatura hitleriana, cioè una solida democrazia nel bel mezzo dell’Europa e in pieno 2010 abbia potuto concepire, esprimere ed effettuare traslochi di massa, a beneficio di popolazioni nomadi che non può vedere nessuno. E tra poco, detto con la massima retorica, è meglio Sarkozy di Alemanno che non li ha ancora traslocati da Roma, solo da un posto all’altro, ma non ha trovato 4 euro nemmeno per costruire delle baraccopoli dove almeno non si vada a fuoco, in attesa che il progresso della mente, della parola e della condotta umana, e delle formule algebrico-diplomatiche, c’illumini su cosa fare dei rom, anzi su cosa fare di masse ormai sconfinate di gente povera ma male abituata da costituzioni, convenzioni e varie a pensare a se stessa come titolare di diritti, masse tra le quali quella dei rom è la più sparuta, la più spaurita e la più tranquilla. Quanti giorni sono passati, otto, dieci, dalla morte dei fratellini rom, ancora ne parla qualcuno, riferendosi a qualcos’altro, di striscio, di sbieco, cautamente, ma ancora per poco, fino alla prossima. C’è solo il Papa che ne parla senza mezzi termini e direttamente, confermandoci con poca cautela intellettuale, caratteristica questa di molti Papi, spesso dotati d’intelletto e di diplomazia superiori a qualunque possibile media, che questa è un’inenarrabile vergogna. Ma tutti pendono dalle labbra del Papa e di Bagnasco perché non venga usata cautela né mezzi termini per bollare con marchio d’infamia i bagordi del premier, immemori di ogni fanfaluca stilistico-comportamentale-diplomatica che fino a un momento prima sembrava illuminare le loro menti, e continuando ad ottenebrare la coscienza e l’operato di quelle piccole élite che sono vasi comunicanti tra loro e alle cui azioni e rappresentazioni la collettività spesso è legata e collegata, quando non ne è dipendente. E’ anche per questo che non cambia niente, che il premier e i suoi amici folleggiano, che i rom bruciano e che la gente “normale” a momenti neanche più esiste. E’ solo la Chiesa Cattolica che sta comprendendo tutto questo, quella il cui preteso “moralismo” ora viene invocato come una manna perché venga ad abbattersi come una mannaia sulle malefatte di un premier che gli insegnamenti morali della Chiesa li ha presi e gettati al macero per decenni con la sua Bibbia Mammona mentre i parrucconi cercavano parole eleganti e formule sopraffine per arginare la deriva verso il disastro antropologico, dopo aver gettato nello stesso posto di Berlusconi duemila anni di sapere teologico e filosofico, e aver fatto aeroplani di carta con gli insegnamenti morali della Chiesa: moralismo, piagnistei sentimentali, spettri per spaventare le vecchine, oppio dei popoli, che hanno permesso al Papa di trovare le uniche 4 parole giuste mentre non c’è un solo politico o parruccone che trovi cose giiuste da dire e da fare.

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Kengiro AZUMA al MUSMA di Matera

Posted on 07 February 2011 by angela.rg@hotmail.it

La continua ricerca spirituale dello zen porta Kengiro Azuma a Matera, nella città in cui il vuoto e il pieno, il MU e lo YU, raggiungono la loro definizione più nobile…

A soli due mesi di distanza dalla prima grande antologica dedicata allo scultore giapponese Kengiro Azuma (Yamagata, 1926; vive a Milano) nel complesso materano delle chiese rupestri di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, il Museo della Scultura Contemporanea di Matera espone una serie di opere che l’artista ha realizzato a Matera. Per Matera.

Nella fornace della bottega di Peppino Mitarotonda, artigiano locale, Kengiro ha cotto la serie di formelle di argilla in esposizione. Le mani in pasta per lavorare e plasmare una sostanza elastica, sensibile, ben disposta ad accogliere l’impronta invisibile ma eterna del vuoto, dell’anima. Come “ un bicchiere vuoto, sempre pronto a ricevere”, così l’argilla, dolcemente, si lascia affondare in un gesto spontaneo, vero. Si disegna lo Zen, lo spazio dell’anima che vive nelle impronte invisibili che l’uomo consegna all’eternità. È un vuoto che si lavora nel pieno della materia o meglio delle materie che l’artista di volta in volta sceglie. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna. Nell’argilla può rapprendersi anche la goccia d’acqua e aprirsi nei vuoti dei gesti d’autore. Forma perfetta, simbolo del ciclo continuo tra terra e cielo.

Kengiro Azuma a Matera respira una profonda sintonia con le proprie radici culturali. In un luogo antropizzato ininterrottamente dal paleolitico, la presenza dell’uomo ha lasciato e lascia segni, impronte continui. Dai buchi neri dello spazio ai buchi neri delle grotte degli uomini primitivi si procede “per via di levare” il vuoto dal pieno o viceversa! Lo scultore cede il suo gesto, disegna la sua forma con l’argilla, dialoga con la città, comprende che è anche la sua città e giunge al suo cuore plasmando la pasta del pane. Scava la più antica e duratura delle tradizioni materane, sforna pani-scultura firmati ritmicamente da tracce di vuoti e in mostra accanto a sei maioliche bianche su cui la mano dello scultore disegna i simboli del suo zen.

Come l’autore stesso sostiene, ci vogliono amore, passione, volontà e sofferenza per liberarsi dal pericolo della materia e salvare l’anima. Sentimenti che Matera ha urlato al suo spirito creativo e tradotto in opera d’arte.

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