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Fiat, non cambia niente

Posted on 16 January 2011 by ivana.c

Una svolta quasi storica, terribile retromarcia per i diritti dei lavoratori, ma no, un progresso con inevitabili svantaggi per i lavoratori ma alla volta di tempi di gloria con munifici investimenti in trionfale avanzata verso una nuova era di vacche grasse per tutti. Differenti sono le interpretazioni della vittoria del sì al referendum Fiat per il nuovo accordo, passato con un piuttosto magro 54 per cento di sì detti da persone formalmente invitate ad approvare o meno un nuovo “accordo”, verbalmente sballotate tra blandizie e minacce, ma praticamente chiamate a scegliere tra il loro lavoro e la disoccupazione. Quasi eroica quindi la resistenza del no, ma non è neanche questa  la novità. Solo che dalla vitalità e dalla fortezza morale di questi lavoratori questo paese non si aspetta niente, anzi pare quasi di riuscire a immaginare Marchionne, Agnelli, suo nonno, Elkann e tutta la scìa di quadri della Fiat che quasi con un pizzico di rammarico si apprestano a ridisfare la valigia già mezza pronta in vista di un’improbabilissima vittoria del no, disdicendo distrattamente il biglietto prenotato verso lidi abitati da gente più volenterosa e di più miti pretese. Suggestioni, certo, ma si vede che le bizze dell’uomo in nero hanno una loro efficacia, in realtà è però più probabile che l’avvocato e tutti i padri fondatori della Fabbrica Italiana Automobili Torino si stiano rivoltando nella tomba. Ma qual è la verità, in mezzo a tanta manfrina che se non fosse giocata sulla pelle dei lavoratori avrebbe dello spassoso, con un tizio il quale va in giro per il mondo a salvare fabbriche che con tutto il loro contenuto guadagnano meno di lui e a fare il broncio pestando i piedi con fare dispettoso se non si fa come dice lui, se no scappa. E’ molto difficile individuare un barlume di chiarezza in tante abbaglianti manovre. Ma la cosa più difficile da individuare è un barlume di logica, e se c’è chi invoca la decrescita e Maynard Keynes come antidoto per scongiurare la catastrofe, del pari c’è chi invoca  e anzi prega il pil, la crescita, il capitale e Maynard Keynes come sempiterna garanzia contro la povertà globalizzata, ma quella coi fiocchi, dove non c’è più scampo per nessuno. Però se la prima posizione sembra un filino utopica, la seconda, granitica e pressoché inestirpabile da pressoché tutti gli economisti seri, comincia a sapere tanto di paludato e d’imbalsamato da rasentare ormai l’analogia involontaria s’intende con il bronzo di una faccia di bronzo. Perché ci vuole un po’ di faccia di bronzo, peggio, o meglio dipende dai gusti, inconsapevole, serafica, e pacifica, per affermare che Marchionne ha salvato la Fiat, che col suo carisma la condurrà col vento in poppa verso il milione di vetture sfornate e le nuove assunzioni, che o la Serbia o Timbuctù o Godidipiù o  la morte: è una pantomima chiarissima di cui sembrano, veramente, inconsapoevoli attori fior di economisti seri, e lo sono, perché sono gli attori di una rappresentazione che deve necessariamente andare in scena, e ci sta andando. E’ il flusso stesso dei tempi e la neccessità del cambiamento che preme sul sistema di pensiero e lo strema, lo asfissia costringendolo a lottare tra l’inconsueta concretezza e vicinanza d’istanze considerate obsolete o almeno lontane e il vecchio modo di organizzare il pensiero, quello abitudinario, quello a cui il cervello è abituato, il mondo è abituato, la vita stessa sembra abituata, il cielo stesso sembra ormai indifferente, che dire della politica, patetica esuvia di un animale che preferisce stare da un’altra parte, in mezzo ai finti problemi e non alle grandi questioni magari, in uno strano mondo dove si pronunciano ancora parole belle, purché lo si lasci in pace nel suo mondo, proprio come Marchionne, proprio come l’elettore di centro-destra, proprio come la Fiat a Timbuctù, proprio come il capitale. Ma se il capitale scoppia di salute il capitalismo rantola, e ciò che sta succedendo non è un tentativo di salvarlo. Sarebbe già qualcosa. Sarebbe un’azione, una cosa seria, qualcosa di programmatico sul lungo periodo. Ma non è così, il sistema implode e si tenta disperatamente di ritardare la fine, la fabbrica va di qua, va di là, i soldi vanno appresso alla fabbrica, ma i soldi vanno anche senza la fabbrica, e senza i lavoratori. La verità è che né Marchionne, né gli eredi Fiat né nessuno ha interesse a salvare la Fiat, così come nessuno ha più interesse a salvare un sistema che non regge, i topi stanno semplicemente prolungando le scorribande nel forziere bucherellato che non sta più a galla prima che coli a picco. La chiatta è carica all’inverosimile e piena di buchi, c’è un solo modo per salvare il forziere, svuotarlo, e chiudere i buchi, ma questo significherebbe cambiare le cose, cose che fanno molto comodo a chi non vuole vedere più di un palmo al di là del proprio naso, naso dotato di gran gusto per il fiuto del profitto senza il quale non sarebbe mai salito su quella chiatta.  Il capitalismo si è sempre salvato con le guerre, e ora boccheggia perché è da troppo tempo che non gli si dà in pasto una guerra di quelle grosse, solo un po’ di guerre tra poveri, contro poveri, e cose simili, ma tutto sommato non sono morti abbastanza poveri per saziarlo, anche perché la morte di un ricco vale di più. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per ricostruire, se no il famoso pil per tutti, cioè per nessuno o giù di lì, anzi per nessuno, perché il loro nome è sempre nessuno, non resiste mezza generazione. Il vecchio sistema produttivo e la stessa vecchia, ma sempre attualissima, concezione del consumo sono allo stremo, e stanno stremando la terra, dando meno profitto d’innominabili, innominate, inconoscibili e sconosciute speculazioni finanziarie, per salvarli in qualche modo bisognerebbe essere in grado d’ideare un profondo cambiamento in entrambi, facendo immani investimenti, e per che cosa? Per creare tanto lavoro e tanto pil per tutti, cioè forzieri mai pieni sfondati e bucherellati per nessuno? Ma i signori nessuno, cioè qualcuno, non ci stanno, a chi dovrebbe interessare in Europa e anche negli Stati Uniti salvare fabbriche, e in Italia, ancora una volta capofila e maestra, foriera e inconsapevole profeta del prossimo rivolgimento storico, a chi dovrebbe interessare? Cosa cambia per i lavoratori Fiat, cambia che hanno mantenuto il posto di lavoro? Per quanto? Ed è veramente radicalmente diverso guadagnare 1000 euro con tre pause o 1032 con due pause, è radicalmente peggiorata una condizione che era già di sfruttamento? Quanto invece avrebbe impattato un risultato diverso, un no al vecchio sistema di pensiero, che in realtà sta solo uscendo dagli abissi come piovra morente, quanto avrebbe impattato, comunque, una ferma richiesta di attenzione sui veri problemi della produzione e del consumo, e del lavoro stesso, che o si riconvertono o muoiono, o cambiano o rallentano fatalmente ingoiati dalla loro stessa logica vitale, quella che ogni organismo ha, e che gli dà un ciclo vitale ben preciso. Il capitalismo si riproduce con la morte e la distruzione, cos’avrebbe significato, nel caso, la morte di una fabbrica? Un atto eroico, l’antidoto, un sacrificio propiziatorio, la salvezza, la salvezza del concetto stesso di lavoro, vilipeso, disprezzato, inutile, umiliato, in Italia,  nel mondo? Forse niente, ed era impossibile chiederla a chi ci lavora dentro, cioè possibilissimo, molto possibile, completamente possibile, e ciononostante è stata una gran trovata. Cosa diavolo poteva significare chiedere la morte della fabbrica, morte emersa dalla palude come un’ombra  più reale di una reale repentina chiusura? Cosa sarebbe stato, teatro, follia, vita, quanto coraggio ha avuto quel 46 per cento che ha votato no? Ma forse non sarebbe stato niente d’importante, come sempre, solo una gran lezione, e a culo tutto il resto.

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