“Il cerchio magico ” è un documentario del 1962, curato da Michele Gandin, andato in onda di recente su Rai Storia. Questo documentario si occupa del gioco, il gioco dei bambini. Descrive con semplicità ed efficacia i modi e i momenti del gioco, attraverso le parole e i volti dei bambini, attraverso i loro stessi giochi, ripresi semplicemente mentre si svolgono, attraverso i pareri di psicologi che inquadrano anche il gioco e la sua funzione nell’ evoluzione storica, o almeno in ciò che se ne può presumere, attraverso una narrazione pacata, liscia, partecipe, fino ad una delicata intensità, è come la soffusione di un’idea, priva di qualunque provocazione, di qualunque parzialità: senza giocare non si va da nessuna parte. E’ un’idea troppo semplice, troppo normale, o almeno abbastanza normale perché nessuno abbia interesse a opporsi, a contestarla, ad avere un’altra idea, radicalmente diversa, è un’idea universalmente accettata, perché il gioco è un eterno umano, come il riso, il pianto, l’amore, l’odio. Se i bambini non giocano alla vita poi dopo non la possono vivere da persone libere. Nessuno si oppone, nessuno trova niente da ridire. Al massimo nessuno ci pensa, e pensa al fatto che i bambini giochino come a un’ovvietà. Cos’altro vuoi che facciano i bambini? Appunto, cos’altro vuoi che facciano. E quando la telecamera si stringe attorno al piccolo guidatore di camion rinchiuso nel mezzo metro quadro che gli è rimasto per giocare insieme al suo camion, l’ovvietà diventa verità, diventa vera, e chiunque pensa che è quasi una crudeltà tenere un bambino chiuso in uno spazio così piccolo a giocare da solo. E il documentario comincia a mostrare cortili, prati, strade, case, terrazze, spazi piccoli e grandi dove un bambino potrebbe, o non potrebbe giocare. Comincia a parlare di progetti, d’idee, per dare ai bambini più spazio per giocare in quelli che erano i tempi del ragazzo della Via Gluck, quando là dove c’era l’erba cresceva una città, case su case, catrame e cemento. Cita i progetti di Le Corbusier per delle terrazze attrezzate a misura di bambino e di gioco di bambino, nell’ambito di una espansione verticale anziché orizzontale degli spazi vitali. Si chiude con la drammatica domanda di cosa faranno i bambini se non avranno più spazio per giocare, come saranno gli uomini di un domani che è stato un’infanzia con sempre meno gioco in sempre meno spazio. E forse sarà per questo allora che il mondo è sempre andato com’è andato, perché in fondo, anche quando c’era tanto spazio, magari per i figli dei poveri non c’era tempo, per giocare, nei campi, se non rubato al lavoro. Ma di questa domanda si è sentita l’eco per anni, e quest’esigenza era la tipica rivendicazione di chiunque volesse o volesse far la figura di occuparsi dei problemi dei ragazzi. Lo spazio, lo spazio verde, lo sport, ma soprattutto lo spazio, lo spazio dei ragazzi. Forse era un mondo che ancora s’illudeva di cambiare, di dare spazio e tempo ai bambini, di non dare più loro brutti aggettivi, come poveri, o ricchi. Poi a un certo punto una cosa sparisce, e nessuno se ne accorge, un discorso, una domanda, una promessa piano piano si diradano e un bel giorno sono quasi scomparsi. Sì, fino a un po’ di tempo fa c’era sempre questa cosa degli spazi per i bambini, e adesso non c’è più, e un bel giorno, di colpo, uno se ne accorge. Forse è una cosa piccola, perché bisogna pensare a cose molto gravi, e questo è vero. Ora bisogna occuparsi di cose molto gravi, non sembra più tempo per costruire, pensare a un futuro costruito oggi, non è una cosa urgente. Bambini, di un domani che semplicemente verrà, ora non hanno neanche più bisogno di nessuno spazio per giocare, se non di quello che occupa un videogame. Vanno di qua, vanno di là, quelli che ci vanno, ma non sono mai, non sono ancora, non sono come sempre liberi di giocare quando è tempo di giocare. Sarà per questo che il mondo va così male, però che effetto che fa, sentir parlare di uomini del domani, di gioco per sviluppare appieno le potenzialità del ragazzo, di futuro di persone libere, di spazio e di tempo dei bambini. Oggi ne parlano solo alcuni molto bene, ma dal linguaggio e dai pensieri dei tanti che parlano meno bene tutto questo è scomparso, perché quelli che parlavano bene negli anni ’60,’70, non parlavano solo fra di loro, e parlavano, e cercavano, di migliorare le cose come se fosse vero, possibile, sperare in qualcosa di buono per tutti. Ma ora i bambini hanno tutto, ora, e sono anche talmente pochi che tutti li coccolano e li viziano. E i bambini sono i giocattoli, su internet, dell’estremo baluardo della caccia al debole e all’indifeso, dev’essere questo ciò che ama un pedofilo. Sono importanti oggi i bambini, e comprano un sacco di roba, e questa roba occupa un sacco di spazio, e questo spazio non è in vendita, sarebbe meglio che fosse in vendita, così qualcuno lo comprerebbe, ma pochi. Ma forse alcuni lo hanno già comprato, ma pochi, e hanno comprato anche tutta la roba, lasciandone abbastanza perché qualcuno possa comprarne da loro affinché loro, quelli con tanto spazio, che bambini forse non son stati mai, possano comprare tutto il resto. Sarebbe più pratico che facessero semplicemente incetta di tutto lo spazio e di tutte le cose, e di tutta la natura, visto che sono così bravi in questo gioco, anche un bambino lo capirebbe, ma non ci sarebbe più gusto. O forse è che l’altra gente serve per costruire le cose, in poco spazio, sì, dev’essere questa la spiegazione. E se non costruiscono niente non importa, e infatti non importa, anche il piccolo David, morto di freddo ieri nel centro di Bologna, non costruiva niente, perché era completamente indifeso, e non poteva né lavorare né non lavorare, né giocare né niente, così è morto, perché aveva troppo spazio e niente altro, e a nessuno importava niente.






