Archive | January, 2011

Chat gratis incontrare ragazze single

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Posted on 24 January 2011 by giacomog

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Scoperte scientifiche: la donna è meno intelligente dell’uomo. Fino a prova contraria.

Scoperte scientifiche: la donna è meno intelligente dell’uomo. Fino a prova contraria.

Posted on 23 January 2011 by ivana.c

Chi ha scoperto che la donna è altrettanto dotata dell’uomo in fatto d’intelligenza? Difficile risalire ad un preciso referente in ambito scientifico, nel senso che la presunta scoperta è stata in qualche modo “graduale”, a partire dal momento in cui si è cominciato a mettere in dubbio la superiorità del cervello maschile data pacificamente per scontata dalla notte dei tempi (chissà poi perché), cioè a partire dai primi seri studi antropo-socio-psico-bio-neurologici e chi più ne ha più ne metta, che hanno imperversato nell’ottocento. Il dubbio, seriamente affacciatosi alla mente collettiva dell’umanità dopo la prima catastrofe mondiale e le prime battaglie femministe organizzate, che la donna potesse essere altrettanto intelligente dell’uomo, è in seguito diventato quasi certezza, e probabilmente, con un movimento femminista diverso negli anni 60′ e 70′, avrebbe potuto ormai essere certezza senza quasi. Invece è quasi, e sempre meno quasi, nel senso che laddove nulla ha potuto neanche il bacchettonesimo vittoriano, la guerra, la catastrofe, il fascismo e la controcatastrofe, tutto ha potuto invece il tubo catodico, da un po’ di tempo, quello che basta, perfido nemico delle genti e grande amico dei potenti. E’ sempre meno quasi, in quanto nel subconscio collettivo e di conseguenza nella maggior parte di tutte le azioni veramente importanti della vita, è ormai invalsa la credenza che le donne abbiano un po’ meno cervello. Nel frattempo molti continuano a credere di pensare il contrario, ma di fatto sia uomini che donne sono imbevuti di questa intima convinzione, e non senza ragioni tali da indurre ad auspicare una seria revisione scientifica della faccenda. E con i potenti mezzi oggi a disposizione della scienza, e tutto lo scopribile che è stato scoperto fino a oggi, non ci si verrà certo a dire che non si possa giungere a una conclusione definitiva, in modo tale che gli autodidatti che scorrazzano in internet e per le vie del mondo abbiano nuovi studi a cui attingere per avallare o abiurare le loro tesi, numericamente alquanto sbilanciate in favore del partito che ama inquadrare il cervello delle sciagurate che li hanno messi al mondo, sposati e avuti come padri in una cornice molto piccola: altro dato sul quale varrebbe la pena riflettere. Certo se dopo più di un trentennio, da quando cioè la donna è riuscita a guadagnarsi più libertà d’azione e di partecipazione alla vita sociale, il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi, il dubbio si fa serio e la nuda verità, per quanto triste possa essere, è che solo una seria e anche obiettiva conoscenza, di pochi ma buoni dati antropologici e filosofici può scongiurare il pericolo che questo dubbio diventi certezza: salvando la pace di alcune eccezioni (l’eccezione è sempre una gran risorsa e un gran alibi) come si spiega che l’universo femminile si venga a configurare all’alba del 2011 come grosso modo diviso in sfigate, veline ed escort, se non col fatto che l’essere in questione, cioè la donna, è arrivata all’alba del 2011 con l’intima consapevolezza, dopo le opportunità in più che ha avuto, della propria inferiorità? Nessuno lo dice, ma tutti lo pensano. Gran pasticciaccio, parafrasando Gadda e gran trappolone teso da un trentennio non solo ad Eva ma anche ad Adamo, con l’ausilio di questa nuova mela magari rettangolare a 60 pollici, ma non solo, trappola strisciante della subcultura postmoderna almeno tanto quanto il nuovo, veramente nuovo, perché era quasi sparito, razzismo, e pericoloso quasi quanto il vertice di questa piramide slanciata contro il cielo, l’autonomia, l’autonomia dell’uomo da tutto, lasciamo qui stare Dio, il maschio dalla femmina, la femmina dal maschio, ma anche il guadagno e perfino il profitto dal lavoro, sia pure quello degli altri, l’azione e  pure il pensiero dalla morale e si potrebbe andare avanti all’infinito. Solo e incontestato resta l’incontestabile, cioè il potere e il denaro, perché se s’identifica con l’io, con l’io autonomo e forte e con l’io potere e con l’io materia ma con l’io cervello il dado è tratto, e in quest’ottica la donna può anche prepararsi ad essere spazzata via dalla faccia della terra, perché l’intelligenza della donna è diversa, profondamente emotiva e profondamente dipendente dalle forze della natura, dal subconscio, dalla spiritualità. E se non valorizza quella per stimolare la propria parte logico-razionale,  anzi la usa contro se stessa, non solo è fritta ma si dimostra, nel senso più proprio e pieno del termine, stupida. Perché stupidi anche si diventa. E allora grazie Barbara D’Urso, grazie Signorini, grazie Papi (Enrico) grazie autori di Mediaset, grazie autori Rai, grazie a tutti per sciorinare tutto questo ed altro ormai senza ritegno, commettendo il grande errore di tutti i poteri arroganti che si credono consolidati, e cioè ormai possiamo fare il bello e il cattivo tempo, non cambia niente, e nessuno se ne accorge, anzi chi più ne ha più ne metta e se ne accorgono sempre meno. E grazie, grazie, grazie perché quello che pensate è vero, e pur essendo materialmente vero col tempo  finisce per produrre sempre l’effetto opposto, e più l’arroganza è smaccata e più il tempo si accorcia, e questo perché l’uomo, e la donna, non sono autonomi, da tutto tranne che dal potere e dal denaro, ma dipendenti, da tutto, anche dalla propria dignità. E grazie Santoro, grazie bailamme attorno ad Arcore Ruby e le escort, grazie politici di sinistra che tra un po’ andate ad esibirvi a Palazzo in tutù invece di fare la guerra all’accordaccio brutto di Via Mirafiori, grazie, grazie, perché stiamo accorciando i tempi, anche se in apparenza state allungando il brodo, perché il brodo è ormai un’acquaccia talmente sporca e nera che se non cambia qualcosa e veramente volete fare del male a questo paese sarete accontentati presto, perché qualunque cosa è meglio di altri cent’anni di solitudine, e di stupidità, di quei pochi, che sono sempre stati pochi, in grado di fare le rivoluzioni, le rivoluzioni che hanno sempre fatto più male che bene. Grazie, al cavolo, se avete scelto questa strada comoda e divertente per fare quello che con più efficacia e meno schiamazzi si poteva fare in quattro e quattr’otto: piazza pulita, per ricominciare, ci volesse pure un secolo e una terza Repubblica, ma puliti e in pace. Ma voi siete come loro, politici di sinistra. Grazie Fassino, grazie Bersani, grazie a tutti e ossequi. E guai se le donne si dovessero veramente accorgere di quello che veramente gli uomini pensano di loro, e che loro stesse pensano di se stesse, già perché dalla notte dei tempi loro non sembravano un granché quelle del fare, pochi muscoli, e tanti figli al collo. Ma la bomba del futuro è che ormai servono pochi muscoli, un discreto cervello e un cuore così. Roba da donne. E da uomini che non odiano né le donne, né se stessi. Ma non sono mai state le donne a salvare il mondo dalle guerre, loro curano soltanto le ferite. Perciò ora levatevi di mezzo. Non vogliamo né guerra né rivoluzione, solo la bomba del futuro, quella intelligente veramente.

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Tutti “Detective”

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Tutti “Detective”

Posted on 17 January 2011 by redazionevp

Il giallo di Avetrana sta assumendo, giorno dopo giorno, i contorni di una soap/opera di cui purtroppo si conosce già il finale.

 In questi lunghi mesi, ciò che noi semplici uomini della strada abbiamo notato, è una passerella di personaggi rivoltati e messi sotto i riflettori dei media, con dovizia di particolari a volte, romanzati, senza tenere conto dell’omicidio di una diciassettenne che ad oggi, sembra soltanto fare da sfondo ad interessi di parte, che di “Nobile”, non hanno nulla.

Tutti coloro che hanno girato e girano intorno come delle iene, ai prelibati bocconi di una notorietà  piovuta dal cielo e da perseguire a tutti i costi, hanno contribuito a sminuire, il fine comune di far luce su un delitto che merita una punizione esemplare e dai contorni ben definiti.

Tra avvocati che si sono avvicendati e che si avvicendano, giornalisti a caccia di scoop e trasmissioni televisive con tanto di professionisti pronti a dire la loro, il giallo di Avetrana, sembra affogare in un nulla di fatto, da qualunque parte si guardi.

Michele Misseri, da parte sua, con le molteplici versioni fantasiose, condite da verità più celate che altro, ha permesso a tanti “Scrivani” del giorno dopo, di alimentare, con fiumi d’inchiostro, pagine e pagine di dubbi e d’incertezze incoerenti.

Tutti coloro che gravitano nell’orbita di questa vetrina rovente, hanno guadagnato qualcosa o si sono dati da fare per farlo. La notorietà, l’effetto sorpresa, il dibattito senza fondamento ed il voler primeggiare con il proprio parere, hanno reso impossibile a noi tutti, di usare la testa per districarci autonomamente nel groviglio d’idee palesemente a senso unico, che spesso si dirigono, senza vergogna, verso interessi prettamente personali o di casta.

L’unica verità per amara che sia, è la scomparsa di una ragazza; la tragica fine di un fiore il cui stelo è stato spezzato da mani ignote.

La Magistratura lavora senza darci dei lumi e questo potrebbe essere considerato un segno di serietà.

E’ da considerare però, che il silenzio degli investigatori, provoca il parlar troppo di coloro che usano la propria bocca a sproposito. 

Forse e dico forse, un freno all’attuale stato dei fatti, potrebbe venire da una conferenza pubblica, indetta da chi opera per scardinare le difese dell’assassino/a di Sara. Noi semplici Cittadini, potremmo così comprendere finalmente, a che punto sono le indagini, aggirando quel cumulo di spazzatura, derivante da coloro che improvvisandosi senza titolo, provetti segugi, agitano le acque intorpidendole ogni giorno di più.

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Fiat, non cambia niente

Fiat, non cambia niente

Posted on 16 January 2011 by ivana.c

Una svolta quasi storica, terribile retromarcia per i diritti dei lavoratori, ma no, un progresso con inevitabili svantaggi per i lavoratori ma alla volta di tempi di gloria con munifici investimenti in trionfale avanzata verso una nuova era di vacche grasse per tutti. Differenti sono le interpretazioni della vittoria del sì al referendum Fiat per il nuovo accordo, passato con un piuttosto magro 54 per cento di sì detti da persone formalmente invitate ad approvare o meno un nuovo “accordo”, verbalmente sballotate tra blandizie e minacce, ma praticamente chiamate a scegliere tra il loro lavoro e la disoccupazione. Quasi eroica quindi la resistenza del no, ma non è neanche questa  la novità. Solo che dalla vitalità e dalla fortezza morale di questi lavoratori questo paese non si aspetta niente, anzi pare quasi di riuscire a immaginare Marchionne, Agnelli, suo nonno, Elkann e tutta la scìa di quadri della Fiat che quasi con un pizzico di rammarico si apprestano a ridisfare la valigia già mezza pronta in vista di un’improbabilissima vittoria del no, disdicendo distrattamente il biglietto prenotato verso lidi abitati da gente più volenterosa e di più miti pretese. Suggestioni, certo, ma si vede che le bizze dell’uomo in nero hanno una loro efficacia, in realtà è però più probabile che l’avvocato e tutti i padri fondatori della Fabbrica Italiana Automobili Torino si stiano rivoltando nella tomba. Ma qual è la verità, in mezzo a tanta manfrina che se non fosse giocata sulla pelle dei lavoratori avrebbe dello spassoso, con un tizio il quale va in giro per il mondo a salvare fabbriche che con tutto il loro contenuto guadagnano meno di lui e a fare il broncio pestando i piedi con fare dispettoso se non si fa come dice lui, se no scappa. E’ molto difficile individuare un barlume di chiarezza in tante abbaglianti manovre. Ma la cosa più difficile da individuare è un barlume di logica, e se c’è chi invoca la decrescita e Maynard Keynes come antidoto per scongiurare la catastrofe, del pari c’è chi invoca  e anzi prega il pil, la crescita, il capitale e Maynard Keynes come sempiterna garanzia contro la povertà globalizzata, ma quella coi fiocchi, dove non c’è più scampo per nessuno. Però se la prima posizione sembra un filino utopica, la seconda, granitica e pressoché inestirpabile da pressoché tutti gli economisti seri, comincia a sapere tanto di paludato e d’imbalsamato da rasentare ormai l’analogia involontaria s’intende con il bronzo di una faccia di bronzo. Perché ci vuole un po’ di faccia di bronzo, peggio, o meglio dipende dai gusti, inconsapevole, serafica, e pacifica, per affermare che Marchionne ha salvato la Fiat, che col suo carisma la condurrà col vento in poppa verso il milione di vetture sfornate e le nuove assunzioni, che o la Serbia o Timbuctù o Godidipiù o  la morte: è una pantomima chiarissima di cui sembrano, veramente, inconsapoevoli attori fior di economisti seri, e lo sono, perché sono gli attori di una rappresentazione che deve necessariamente andare in scena, e ci sta andando. E’ il flusso stesso dei tempi e la neccessità del cambiamento che preme sul sistema di pensiero e lo strema, lo asfissia costringendolo a lottare tra l’inconsueta concretezza e vicinanza d’istanze considerate obsolete o almeno lontane e il vecchio modo di organizzare il pensiero, quello abitudinario, quello a cui il cervello è abituato, il mondo è abituato, la vita stessa sembra abituata, il cielo stesso sembra ormai indifferente, che dire della politica, patetica esuvia di un animale che preferisce stare da un’altra parte, in mezzo ai finti problemi e non alle grandi questioni magari, in uno strano mondo dove si pronunciano ancora parole belle, purché lo si lasci in pace nel suo mondo, proprio come Marchionne, proprio come l’elettore di centro-destra, proprio come la Fiat a Timbuctù, proprio come il capitale. Ma se il capitale scoppia di salute il capitalismo rantola, e ciò che sta succedendo non è un tentativo di salvarlo. Sarebbe già qualcosa. Sarebbe un’azione, una cosa seria, qualcosa di programmatico sul lungo periodo. Ma non è così, il sistema implode e si tenta disperatamente di ritardare la fine, la fabbrica va di qua, va di là, i soldi vanno appresso alla fabbrica, ma i soldi vanno anche senza la fabbrica, e senza i lavoratori. La verità è che né Marchionne, né gli eredi Fiat né nessuno ha interesse a salvare la Fiat, così come nessuno ha più interesse a salvare un sistema che non regge, i topi stanno semplicemente prolungando le scorribande nel forziere bucherellato che non sta più a galla prima che coli a picco. La chiatta è carica all’inverosimile e piena di buchi, c’è un solo modo per salvare il forziere, svuotarlo, e chiudere i buchi, ma questo significherebbe cambiare le cose, cose che fanno molto comodo a chi non vuole vedere più di un palmo al di là del proprio naso, naso dotato di gran gusto per il fiuto del profitto senza il quale non sarebbe mai salito su quella chiatta.  Il capitalismo si è sempre salvato con le guerre, e ora boccheggia perché è da troppo tempo che non gli si dà in pasto una guerra di quelle grosse, solo un po’ di guerre tra poveri, contro poveri, e cose simili, ma tutto sommato non sono morti abbastanza poveri per saziarlo, anche perché la morte di un ricco vale di più. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per ricostruire, se no il famoso pil per tutti, cioè per nessuno o giù di lì, anzi per nessuno, perché il loro nome è sempre nessuno, non resiste mezza generazione. Il vecchio sistema produttivo e la stessa vecchia, ma sempre attualissima, concezione del consumo sono allo stremo, e stanno stremando la terra, dando meno profitto d’innominabili, innominate, inconoscibili e sconosciute speculazioni finanziarie, per salvarli in qualche modo bisognerebbe essere in grado d’ideare un profondo cambiamento in entrambi, facendo immani investimenti, e per che cosa? Per creare tanto lavoro e tanto pil per tutti, cioè forzieri mai pieni sfondati e bucherellati per nessuno? Ma i signori nessuno, cioè qualcuno, non ci stanno, a chi dovrebbe interessare in Europa e anche negli Stati Uniti salvare fabbriche, e in Italia, ancora una volta capofila e maestra, foriera e inconsapevole profeta del prossimo rivolgimento storico, a chi dovrebbe interessare? Cosa cambia per i lavoratori Fiat, cambia che hanno mantenuto il posto di lavoro? Per quanto? Ed è veramente radicalmente diverso guadagnare 1000 euro con tre pause o 1032 con due pause, è radicalmente peggiorata una condizione che era già di sfruttamento? Quanto invece avrebbe impattato un risultato diverso, un no al vecchio sistema di pensiero, che in realtà sta solo uscendo dagli abissi come piovra morente, quanto avrebbe impattato, comunque, una ferma richiesta di attenzione sui veri problemi della produzione e del consumo, e del lavoro stesso, che o si riconvertono o muoiono, o cambiano o rallentano fatalmente ingoiati dalla loro stessa logica vitale, quella che ogni organismo ha, e che gli dà un ciclo vitale ben preciso. Il capitalismo si riproduce con la morte e la distruzione, cos’avrebbe significato, nel caso, la morte di una fabbrica? Un atto eroico, l’antidoto, un sacrificio propiziatorio, la salvezza, la salvezza del concetto stesso di lavoro, vilipeso, disprezzato, inutile, umiliato, in Italia,  nel mondo? Forse niente, ed era impossibile chiederla a chi ci lavora dentro, cioè possibilissimo, molto possibile, completamente possibile, e ciononostante è stata una gran trovata. Cosa diavolo poteva significare chiedere la morte della fabbrica, morte emersa dalla palude come un’ombra  più reale di una reale repentina chiusura? Cosa sarebbe stato, teatro, follia, vita, quanto coraggio ha avuto quel 46 per cento che ha votato no? Ma forse non sarebbe stato niente d’importante, come sempre, solo una gran lezione, e a culo tutto il resto.

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Il cerchio magico si chiude

Il cerchio magico si chiude

Posted on 10 January 2011 by ivana.c

“Il cerchio magico ” è un documentario del 1962, curato da Michele Gandin, andato in onda di recente su Rai Storia. Questo documentario si occupa del gioco, il gioco dei bambini.  Descrive con semplicità ed efficacia i modi e i momenti del gioco, attraverso le parole e i volti dei bambini, attraverso i loro stessi giochi, ripresi semplicemente mentre si svolgono, attraverso i pareri di psicologi che inquadrano anche il gioco e la sua funzione nell’ evoluzione storica, o almeno in ciò che se ne può presumere, attraverso una narrazione pacata, liscia, partecipe, fino ad una delicata intensità, è come la soffusione di un’idea, priva di qualunque provocazione, di qualunque parzialità: senza giocare non si va da nessuna parte. E’ un’idea troppo semplice, troppo normale, o almeno abbastanza normale perché nessuno abbia interesse a opporsi, a contestarla, ad avere un’altra idea, radicalmente diversa, è un’idea universalmente accettata, perché il gioco è un eterno umano, come il riso, il pianto, l’amore, l’odio.  Se i bambini non giocano alla vita poi dopo non la possono vivere da persone libere. Nessuno si oppone, nessuno trova niente da ridire.  Al massimo nessuno ci pensa, e pensa al fatto che i bambini giochino come a un’ovvietà. Cos’altro vuoi che facciano i bambini? Appunto, cos’altro vuoi che facciano. E quando la telecamera si stringe attorno al piccolo guidatore di camion rinchiuso nel mezzo metro quadro che gli è rimasto per giocare insieme al suo camion, l’ovvietà diventa verità, diventa vera, e chiunque pensa che è quasi una crudeltà tenere un bambino chiuso in uno spazio così piccolo a giocare da solo.  E il documentario comincia a mostrare cortili, prati, strade, case, terrazze, spazi piccoli e grandi dove un bambino potrebbe, o non potrebbe giocare. Comincia a parlare di progetti, d’idee, per dare ai bambini più spazio per giocare in quelli che erano i tempi del ragazzo della Via Gluck, quando là dove c’era l’erba cresceva una città, case su case, catrame e cemento. Cita i progetti di Le Corbusier per delle terrazze attrezzate a misura di bambino e di gioco di bambino, nell’ambito di una espansione verticale anziché orizzontale degli spazi vitali. Si chiude con la drammatica domanda di cosa faranno i bambini se non avranno più spazio per giocare, come saranno gli uomini di un domani che è stato un’infanzia con sempre meno gioco in sempre meno spazio. E forse sarà per questo allora che il mondo è sempre andato com’è andato, perché in fondo, anche quando c’era tanto spazio, magari per i figli dei poveri non c’era tempo, per giocare, nei campi, se non rubato al lavoro. Ma di questa domanda si è sentita l’eco per anni, e quest’esigenza era la tipica rivendicazione di chiunque volesse o volesse far la figura di occuparsi dei problemi dei ragazzi. Lo spazio, lo spazio verde, lo sport, ma soprattutto lo spazio, lo spazio dei ragazzi. Forse era un mondo che ancora s’illudeva di cambiare, di dare spazio e tempo ai bambini, di non dare più loro brutti aggettivi, come poveri, o ricchi. Poi a un certo punto una cosa sparisce, e nessuno se ne accorge, un discorso, una domanda, una promessa piano piano si diradano e un bel giorno sono quasi scomparsi. Sì, fino a un po’ di tempo fa c’era sempre questa cosa degli spazi per i bambini, e adesso non c’è più, e un bel giorno, di colpo, uno se ne accorge. Forse è una cosa piccola, perché bisogna pensare a cose molto gravi, e questo è vero. Ora bisogna occuparsi di cose molto gravi, non sembra più tempo per costruire, pensare a un futuro costruito oggi, non è una cosa urgente. Bambini, di un domani che semplicemente verrà, ora non hanno neanche più bisogno di nessuno spazio per giocare, se non di quello che occupa un videogame. Vanno di qua, vanno di là, quelli che ci vanno, ma non sono mai, non sono ancora, non sono come sempre liberi di giocare quando è tempo di giocare. Sarà per questo che il mondo va così male, però che effetto che fa, sentir parlare di uomini del domani, di gioco per sviluppare appieno le potenzialità del ragazzo, di futuro di persone libere, di spazio e di tempo dei bambini. Oggi ne parlano solo alcuni molto bene, ma dal linguaggio e dai pensieri dei tanti che parlano meno bene tutto questo è scomparso, perché quelli che parlavano bene negli anni ’60,’70,  non parlavano solo fra di loro, e parlavano, e cercavano, di migliorare le cose come se fosse vero, possibile, sperare in qualcosa di buono per tutti. Ma ora  i bambini hanno tutto, ora, e sono anche talmente pochi che tutti li coccolano e li viziano. E i bambini sono i giocattoli, su internet, dell’estremo baluardo della caccia al debole e all’indifeso,  dev’essere questo ciò che ama un pedofilo. Sono importanti oggi i bambini, e comprano un sacco di roba, e questa roba occupa un sacco di spazio, e questo spazio non è in vendita, sarebbe meglio che fosse in vendita, così qualcuno lo comprerebbe, ma pochi. Ma forse alcuni lo hanno già comprato, ma pochi, e hanno comprato anche tutta la roba, lasciandone abbastanza perché qualcuno possa comprarne da loro affinché loro, quelli con tanto spazio, che bambini forse non son stati mai, possano comprare tutto il resto. Sarebbe più pratico che facessero semplicemente incetta di tutto lo spazio e di tutte le cose, e di tutta la natura, visto che sono così bravi in questo gioco, anche un bambino lo capirebbe, ma non ci sarebbe più gusto. O forse è che l’altra gente serve per costruire le cose, in poco spazio, sì, dev’essere questa la spiegazione.  E se non costruiscono niente non importa, e infatti non importa, anche il piccolo David, morto di freddo ieri nel centro di Bologna, non costruiva niente, perché era completamente indifeso, e non poteva né lavorare né non lavorare, né giocare né niente, così è morto, perché aveva troppo spazio e niente altro,  e a nessuno importava niente.

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Posted on 10 January 2011 by giacomog

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L’eterna novità di Jovanotti

Posted on 05 January 2011 by ivana.c

Jovanotti è riesploso con un nuovo singolo uscito il 3 dicembre scorso, continuando il suo dialogo

con il mondo, più teso e vibrante che mai, più limpido e in pace che mai. “Tutto l’amore che ho”, è il singolo

che anticipa l’album “Ora” nel quale è contenuto e che uscirà il 25 gennaio.  Un pezzo-geyser: energia sorgiva

e acqua benedetta dal centro della terra. Arriva e bagna la terra arida con la consueta disarmante purezza

e sapienza istintiva. Un uomo, un drago e l’amore, ecco i tre elementi primordiali che si muovono nel video.

Un uomo va per la sua strada, il drago va per la sua, e la sua strada è distruggere l’uomo, qualunque uomo. E’

solo per un caso, per un assurdo, che alcuni sopravvivono, e altri no. Così il camion, il lupo feroce, i cecchini in

passamontagna sono i tanti corpi di una sola anima, l’anima di un drago, feroce, mugghiante, spasimante del suo

stesso male, pieno di veleno, pieno di fuoco. Contro il veleno che sbava e il fuoco che rigurgita esiste una sola arma:

l’amore. Contro quel cuore malato e senza redenzione c’è una sola arma, contro il cuore  del male c’è una sola potenza,

l’amore. Già sentita spesso questa storia? No, non è vero. Si è sentita poche volte come ogni verità pura e ogni vera

speranza. Ancora meno si è sentita raccontata così bene, questa vecchia bella storia, come se fosse vera. Perché è

vera, ma di solito chi la racconta non lo sa. Invece Jovanotti lo sa. Indipendentemente da come la si pensi riguardo

alle speranze che ha questo mondo, lui lo sa. E lui è un artista, un sognatore, che come lui stesso dice, vede cose

riservate ai sognatori, ma questo è ciò che gli dà qualche diritto in più, oltre al dono del talento per raccontare

tutto l’amore e tutto l’odio che vede. Il diritto di sapere che il suo sogno è tutto vero, come solo santi e poeti hanno

osato credere. Sulla scia di Modugno, di De André, Jovanotti sogna il vero e piega la realtà ai suoi sogni, come il

cavaliere pazzo di cui parla la canzone. E’ una solida, durevole novità quella che guida questo tipo di sognatori,

ma la realtà si può piegare ai sogni solo quando i sogni diventano realtà, e l’acqua sorgiva e purissima dell’amore

sempre spegne la fiamma del male, e l’antica novella si rivela utopia. Perché non appena rivela la sua potenza,

l’amore viene rinnegato dall’uomo, fuggendo dall’amore ogni luogo. Non è il luogo che non c’è, è il luogo che non

si trova, e in realtà, nessuno ne vuol sentir parlare. Altro che vecchia storia. Ma Jovanotti ignora queste menate, o le dimentica,

vecchie storie, storie poco popolari, suggestioni. Ignora dogmi, ignora illusioni. Pensa di sapere un segreto, e avanza leggero a passo di

danza, combatte con vera forza e vera potenza e nessuna arma, fin quando disteso per terra suggella in un sorriso

immenso la sua certezza che l’amore è la salvezza. E quest’antica poetica dell’amore e della salvezza è quanto di più

bello un poeta possa poetare e un musico cantare. E un sognatore credere.

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