Le recenti affermazioni di Angela Merkel sul fallimento del multiculturalismo non possono
essere facilmente confuse con le rinverdite esaltazioni nazionalistiche in voga da altre parti,
né liquidate con commenti altrettanto facili sull’esigenza dela Cancelliera tedesca di
raccattare consensi. La questione è molto seria, quantomai scottante e quantomai urgente.
La Merkel ha sollevato in modo serio, realistico e disincantato una faccenda trattata più
spesso in modo puramente ideologico o svilita con uscite da operetta. Un’affermazione del
genere è pesante ed anche impegnativa, specialmente in un paese che aveva puntato sul multi-
culturalismo come modello per le migliori prospettive d’integrazione. Se sia un modello fallito,
o solamente frainteso, applicato male, o semplicemente sbagliato, non è sentenza da lasciare ai
posteri se non altro per l’impellenza sempre più pressante, ma non è certo sentenza da poco.
Certo è che se questo modello in Germania ha fallito, per prima cosa sarebbe necessario stabilire
che cosa ha significato in Germania la parola multiculturalismo, che cosa si è inteso con questo
termine e come si è creduto di renderne effettiva la sostanza. Perché se si è creduto di fare multi
culturalismo consentendo a uomini musulmani di picchiare mogli e figlie secondo le regole della
sharìa o di tappare figlie scalpitanti in casa, non concedendo il divorzio chiesto dalle donne et
similia, forse in effetti il multiculturalismo lo si è anche fatto, quella che non si è fatta è l’integrazione.
Tant’è che la maggioranza degli immigrati, anche di seconda generazione, in maggioranza turchi e arabi,
in Germania vive in isole dentro le città, non ha imparato il tedesco neppure dopo svariati decenni, e non
ha relazioni significative con la popolazione tedesca, se si eccettua quello che pare sia il nuovo fenomeno
degli adolescenti turchi schierati contro i coetanei tedeschi e viceversa, si suppone. Se per multiculturalismo
s’intende la convivenza tra culture diverse coniugando rispetto reciproco e dialogo, c’erano ben altre azioni
positive da mettere in atto, e resterebbe sempre da chiarire se il risultato possa definirsi integrazione, o una forma
d’integrazione. Inutile e perfino deleterio pretendere adesso la perfetta conoscenza della lingua tedesca per trovare
lavoro, e simili tentativi di porre rimedio, rimedio che rischia di essere peggiore del male. La verità è che se il
concetto di multiculturalismo cade nelle spire dell’ideologismo, ciò è quanto di peggio possa accadergli, reciprocità
e dialogo non possono che andare a farsi benedire, come di solito accade quando i concetti e i fatti di cultura e
integrazione tra culture finiscono nel calderone del relativismo, in agguato dietro questa versione del multi
culturalismo e dietro tutta una serie di versioni dei fatti culturali, storici e religiosi. Vivaddio la Merkel parla
chiaro, ciò che non è altrettanto lucido probabilmente è il suo pensiero, e il vero pensiero non solo politico e
non solo tedesco, non sul multiculturalismo ma sull’integrazione. E non conviene certo in simili faccende fare
affidamento su un contromovimento di atto e pensiero politico dal basso, queste sono faccende che vanno ben
studiate e regolamentate nelle stanze dei bottoni, in attesa che la storia dei popoli si confonda laddove può
confondersi, o si fonda laddove può fondersi.






