I bucatini all’amatriciana, i saltimbocca alla romana, l’abbacchio. Basterebbero i nome di questi tre piatti, famosi in tutta Italia, per far capire l’importanza dell’arte culinaria nel Lazio e soprattutto a Roma. Un’arte importante ma non nobile. I romani infatti hanno sempre snobbato manipolazioni dei cibi troppe complicate o raffinate, puntando invece alla conservazione di una cucina popolare e rustica: la cucina delle origini della grande Roma, legata alla pastorizia ed ai prodotti della terra. Nel ricettario romano poi sono entrati a poco a poco anche molti piatti e tecniche di cottura provenienti da altre tradizioni gastronomiche, italiane o anche straniere ( basti pensare ai famosi carciofi alla ‘giudia’). Tutti però hanno subito la contaminazione della secolare e schietta cucina romana. Non c’è dubbio che sui loro tavoli i romani prediligano la carne. Carni saporite e dal gusto forte, cucinate spessissimo con l’accompagnamento di verdure. Molto apprezzati anche i piatti a base di frattaglie, quali la trippa ed il rognone. La pietanza preferita dagli abitanti della capitale è l’abbacchio, il cui nome deriva dal modo con il quale l’animale viene tramortito prima di essere sgozzato: viene infatti “abbacchiato”, ovvero percosso ripetutamente con un bastone. E’ noto poi l’amore sviscerato dei romani per i primi piatti di pasta. Un robusto piatto di rigatoni, bucatini o spaghetti è l’inizio ideale per ogni tipo di pranzo. Anche in questo caso gli abitanti della capitale hanno recepito le tradizioni dei loro antichi progenitori che mangiavano i laganum, fatti con acqua e farina e cotti con una tecnica sconosciuta. La ricetta più universalmente nota è quella dei Bucatini all’amatriciana originari della città di Amatrice, in provincia di Rieti ( anche se si dice che i romani abbiano importato la ricetta dall’Abruzzo). I bucatini, grossi spaghetti bucati al centro, una volta scolati, sono conditi da un sugo dal sapore eccezionale a base di guanciale, strutto, pomodori, peperoncino e vino bianco, poi sono ricoperti da pecorino romano grattugiato . Altro piatto famoso ed apprezzatissimo dagli stranieri sono gli spaghetti alla carbonara, che derivano da un piatto a base di pasta, farina e acqua nato durante l’assedio posto dai romani alla città di Cascia. La ricetta prevede il condimento degli spaghetti in una terrina contenente uova crude a pezzettini: sono poi ulteriormente insaporiti con pancetta, pepe e pecorino grattugiato. Il carattere popolaresco della cucina romana è presente anche nelle più tipiche ricette dolciarie. Citiamo subito la crostata di ricotta, dolce derivato dalla tradizione ebraica, una pasta frolla ripiena di ricotta fresca e crema pasticciera; poi i celebri maritozzi , paste morbide contenenti pinoli, uvetta e scorza d’arancia, farciti con panna; le castagnole, dolcetti con leggero sapore di cannella; la pignolata, fatta di mandorle cotte in miele e zucchero. E le delizie appartenenti a questa citta’ sono tutte accompagnate da un buon vino, merita di essere citato un vino bianco dal nome veramente strano: ’Est! Est! Est!’ . Secondo la storia circa otto secoli fa un abate tedesco, tale Fugger, attraversava le regioni italiane diretto a Roma. Non era affatto insensibile alla bontà dei vini della nostra terra e per questo motivo aveva preso l’abitudine di farsi precedere sul percorso da un servo che indicasse in qualche modo le osterie nel quale si serviva del buon vino. Per adempiere a questo compito il ragazzo aveva iniziato a scrivere sui portoni delle taverne prescelte la parola latina ‘est’, per dire (qui c’è). Arrivato ad una taverna di Montefiascone assaggiò un vino così buono da spingerlo a scrivere con il gesso sul portone tre volte ‘est’. L’abate concordò con il giudizio del servo e bevve così tanto vino da morirne. La sua tomba è ancora visibile nella chiesa di S.Flaviano a Montefiascone e fino a pochi anni fa c’era l’usanza di versarvi sopra una botte di vino nel giorno dell’anniversario della morte.
Francesca Autorino







